Foto: Lucas Ávila
Direttamente da Belo Horizonte

Quante storie e segreti portano le donne transessuali o travestite che sono riuscite a eludere l’aspettativa di vita molto bassa di 35 anni e hanno raggiunto la terza età? Quali sono stati i trucchi per superare la violenza e transfobia multipla e istituzionalizzata? E come vivono, si divertono e affrontano la vecchiaia?

La donna travestita Sissy Kelly, 60 anni, ha molte storie da raccontare. Di recente mi ha inviato un messaggio: “Amico, sono molto stanco. Mi piacerebbe parlare della mia vita con te. Grazie se riesci a realizzare questo sogno.” Ci ha fatto andare a Belo Horizonte, grazie all’aiuto di Lucas Ávila, per un’entusiasmante conversazione personale che trasformerà tutti voi.
Sissy Kelly si definisce un’attivista trans-affettiva a favore della cittadinanza, la dignità e i diritti umani delle donne transgender, travestiti, anziane, sieropositive e senza tetto. Categorie che ha vissuto una ad una, assaporando i dolori e le delizie dell’essere chi è. E ha affrontato guerre di intolleranza e invisibilità.
Nata ad Aimorés, entroterra di Minas Gerais, ha vissuto a Brasilia, Bahia ed Europa. Attualmente vive nella Repubblica Maria Maria, a Belo Horizonte. Prima di allora, è stata ricoverata in una clinica perché era effeminata, ha avuto una carriera come escort, esperienze per le strade oltre a vivere da 31 anni da siero positiva e con dipendenza chimica.

Sissy, sono venuto a BH su tua richiesta. Dopo essere stata intervistata da così tanti giornalisti, cosa ti ha motivata a chiamarmi? E di cosa vuoi parlare così tanto?
Mi piacciono molto le tue interviste, sono coerenti e il tuo lavoro ha una visibilità positiva, che adoro. Vorrei raccontarti l’intera storia della mia vita, fin dall’infanzia, dall’invisibilità fino ad ora. Dopotutto, la vita é molto bella, ma non tutti hanno avuto l’opportunità di avere successo.

Ma a 60 anni ti consideri una persona senza successo?
Non dico di essere una persona senza successo, ma non ho potuto avere una buona condizione finanziaria. È che ho già avuto una casa e oggi non ce l’ho più. Ho contratto l’HIV / AIDS, ho avuto una vita da strada, sono una tossicodipendente. E anche con tutte queste vulnerabilità, sono riuscita a raggiungere i 60 anni. Quindi non penso di essere una perdente, sono una vincitrice. Sono una guerriera che ha funzionato. Sono un progetto di Dio che ha funzionato.

Sappiamo che l’aspettativa di vita di un travestito è di 35 anni e …
Ho superato quell’aspettativa perché ne ho quasi il doppio. Nei miei documenti ne ho 60, ma in realtà sto per compiere 61.

Ti sembra di essere una sopravvissuta?
In un certo senso, quando vedo che molti amici hanno avuto un percorso molto più breve. Dall’altro no. Sopravvivere non è vivere ed io vivo intensamente. Sono un attivista sociale, sto ricostruendo il legame familiare. Non penso di essere un sopravvissuta. Io vivo.

E com’è la tua vita a 50/60 anni?
La vita di una donna travestita o transgender di 50 o 60 anni è diversa l’una dall’altra, dipende da come questa travestita si trova ad affrontare la società. Se confrontiamo la mia vita con quella di altri travestiti della mia età, vivo al di sotto della linea dell’invisibilità. Sono istituzionalizzata. Ma credo che la mia età biologica non sia né mentale né fisica. Sono una persona attiva nonostante abbia malattie croniche e i miei limiti. Ricordo solo che ho 60 anni quando mi stanco o quando mi spavento con la mia pelle o la mia magrezza. Ma quando sono ben nutrita, molto tranquilla, non mi rendo conto di avere già 60 anni. Ho anche una vita sessuale piacevole e attiva.

La mia amica Claudia Wonder (1955-2010) diceva sempre che avvicinarsi alla terza età era come avvicinarsi alla solitudine. Tu senti questo?
Oh, ho conosciuto Claudia da adulta a Rio de Janeiro nel 2009 presso Entlaids. E lei aveva ragione. La solitudine e le vulnerabilità dopo i 50 e 60 anni è molto maggiore. Ma questa solitudine è stata con me sin da quando ero bambina. Perché quando ho realizzato il mio orientamento sessuale e la mia identità di genere all’interno di Minas Gerais, in una casa di campagna, conoscevo già la solitudine. Ero abbandonata perché sapevo che nessuno poteva capirmi, nemmeno la mia famiglia. Ma quando sei giovane questa solitudine funziona meglio perché sei sempre accompagnata da persone che ti cercano. Ma, dopo una certa età, questa cerchia di amicizia tende a scomparire persino. E lavorare in qualsiasi area è un po’ più difficile. Tanto nella prostituzione, come artista, quanto in qualsiasi altra professione.

Come gestisci la solitudine?
(Fa un respiro profondo). Cercando di essere felice con le persone intorno a me, dove sono. Chiunque esse siano. Non ha senso essere insoddisfatti di ciò che è lontano, senza cercare di essere felici con le persone accanto a noi. Mi dispiace molto per i legami familiari deboli o rotti, ma a volte partecipiamo a un altro accordo familiare e non lo apprezziamo. Dato che sono una persona sempre istituzionalizzata, cerco di stare in pace con questa famiglia e di essere felice lì con loro.

Alcune persone dicono che la terza età è l’età migliore. C’è qualcosa di buono nell’invecchiare?
Questa cosa della migliore età è una fantasia (ride). L’età migliore è la giovinezza, fino a 40 anni. Per chi può andare in pensione e viaggiare, può anche essere che la vita rimanga fresca. Ma la realtà di coloro che non hanno soldi…non c’è età migliore nella vecchiaia. I problemi di salute peggiorano. Ma perdiamo così tanto con la terza età che dobbiamo guadagnare anche qualcosa, giusto? Per rispondere alla tua domanda, dico che la cosa positiva della terza età è che diventiamo più realistici, non dobbiamo compiacere così tante persone per avere amicizia, acquisiamo più sensibilità, più conoscenza e verità.

Oggi sei un riferimento per le nuove generazioni, così come altri per le nuove generazioni. Ma quando eri una bambina o una adolescente, quali erano i tuoi riferimenti?
Quando ho iniziato la mia transizione, a 17 anni, a Vitória, Espírito Santo, molti erano riferimenti per me. Ma nessuno supera quella che è venuta dal Paraguay, Layla. Aveva già 40 anni, era bella, bionda, attiva e lavoratrice del sesso. Non avevo mai visto un travestita della sua età, ma si è rivelata essere un riferimento per me. E Anyky Lima, che nonostante avesse quasi la mia stessa età, era un riferimento, perché faceva già le cure ormonali, consapevole di ciò che voleva, aveva un comportamento molto femminile.

Ti rendi conto che al giorno d’oggi abbiamo molte più ragazze scoprendosi e assumendosi come trans sempre più giovane?
Ci sono sempre state persone trans, ma non come al giorno d’oggi. Oggi, se vai nel centro di Belo Horizonte, è molto difficile non incontrare una persona trans. Prima eravamo nei ghetti, nella zona bohémien, perché la polizia ci lasciava di più in questi spazi. Dato che era un posto da prostituta, ci lasciavano lì e ci chiamavano come finocchio. Vivevamo lavorando come parrucchiere, nei ristorante e comunque gnuna aveva il proprio mestiere, altre si prostituivano nei locali notturni o lavoravano nel centro della città. Oggi mi rendo conto che i travestiti e le persone trans sono più pronte di prima. Non hanno avuto la transizione o il processo che abbiamo avuto in quel momento …

Che vuoi dire? Nel senso di assumere uomini gay e solo successivamente travestiti o donne trans?
Sì, le ragazze di oggi sono nate pronte. A 4 anni è già una ragazza, sta già iniziando a lavorare sulla sua identità di genere. Le notiamo attraverso i social network. E prima no. Quando una persona faceva cure ormonali a 18 anni, dicevamo “Wow, hai iniziato molto presto”. Poiché le persone stavano ancora attraversando la fase dell’essere gay, poi dicevano di essere un travestito. Ma non mi sono mai vista gay, ho sempre saputo di essere una donna.

Ho visto che Sissy è il nome che hai ricevuto da tua madre. Come sei entrata in contatto con la tua famiglia?
Il mio nome di registrazione è Idelci e poiché lei aveva difficoltà a parlare mi ha dato un soprannome: Sissy. Sono stata fortunata in questo senso, ma vengo da una famiglia di piccoli agricoltori ad Aimores, Minas. Una famiglia normale, fino a quando non ho iniziato a trovarmi una persona diversa con un’identità di genere diversa da quella che loro volevano. Da quel momento iniziano i conflitti, non ho avuto nessuno con cui parlare e ne ho subito le conseguenze. Negli anni ’60 e ’70 non si parlava di transessualità e l’omosessualità era considerata un crimine e una malattia mentale. Sono stato anche ricoverata qui a Belo Horizonte, all’ospedale Galba Veloso. E anche alla Clinica Pínel. E sono quasi finita a Barbacena come una persona matta.

Pazza perché sei una trans? Che assurdità…
Sì, per via dei miei manierismi, dei grandi capelli. Molte volte mi hanno visto usare il rossetto, prendere alcuni vestiti da mia sorella, radermi le gambe con il rasoio di mio padre. A volte mia sorella tornava a casa e mi trovava in abiti da donna. Poi hanno messo insieme tutti questi “sintomi” e hanno contattato che ero una persona malata di mente. Questo è molto imbarazzante. Ed è una parte della mia vita che ho trascorso molto tempo senza parlarne, dopo aver iniziato a parlare, mi sono liberata da quel peso.

Come sei fuggita dalle cliniche?
All’interno di Galba Veloso, ho passato tre volte. Stavamo in una stanza di screening per 72 ore e poi ci trasferivano in un ospedale. Il periodo più lungo che ho trascorso è stato alla Clinica Pinel a 15 anni. Lì, ho avuto alcune relazioni amorose, ho imparato a usare le droghe e assumere ormoni. C’era un’infermiere, che mi ha insegnato a non prendere le medicina, perché ci lasciavano in un stato chiamato impregnata, senza muovere le braccia, le gambe e sdraiata nel cortile. Mi ha insegnato a mettere la medicina nell’angolo della bocca e gettarla via quando un’altra infermiera se ne andava. Ma altre persone usavano la stessa medicina accartocciata nella sigaretta e la usava come droga. Ed è stato questo infermiere che mi ha aiutata a scappare durante una festa folclorica a giugno del 1972. Sono scappata.

Ricordi il nome dell’infermiere?
Geraldo, non potrei mai dimenticarlo (ride). È stato un amore d’infanzia.

E cosa hai fatto dopo essere scappata?
Sono andata a lavorare in un forno fino a quando avevo 17 anni e mezzo. Volevo arruolarmi nell’esercito, ma quando sono arrivata lì dissero: “Sei scartata”. Per quanto assurdo possa sembrare, speravo che l’esercito fosse l’occasione per esercitare una professione, per sbarazzarsi della solitudine e dei pregiudizi. Quando hanno detto che non ero scartata, sono andata a Vitória, nello Espírito Santo. E ho iniziato a lavorare nell’area bohémien come donna delle pulizie, ed ero quasi schiava dalle padrone di casa.

Schiava? Cosa hai ottenuto per lavoro?
Un piatto di cibo e un posto dove stare. Ma spesso mangiavo il resto del piatto delle prostitute e parrucchieri. Perché potevo mangiare solo dopo aver lavato tutti i piatti del ristorante. Ma la fame era così grande che mentre lavavo raccoglievo gli avanzi. Anche così, spesso mi mettevano a dormire per strada dicendomi: “Non stai lavorando bene, quindi non ti darò un tetto”. Fino a quando ho avuto un uomo che ha iniziato a pagare le mie bollette.

A quel tempo, a 17 anni, hai iniziato a lavorare anche come prostituta?
Sì, è stato tutto molto veloce. Quest’uomo ha iniziato a supportarmi e da allora ho imparato a fare la prostituta. Ho iniziato ad andare con altre travestite nel centro di Vitoria. E poco a poco stavo lavorando nei paesini di Espírito Santo e Minas Gerais con un spettacolo di spogliarello … Molte volte le donne d’affari dei club sapevano che c’erano travestiti con seni a base di ormoni e ci mandavano prendere. Sono andata a Ilhéus, Bahia, solo per mostrare il mio seno ad alcuni coltivatori di cacao. Quello nel 1974.

Oggi abbiamo un elenco per le chirurgie e i processi di transessualizzazione … Come hai costruito il tuo corpo in quell’epoca?
Quando sono arrivata a Vitória do Espírito Santo c’erano già alcune travestite e transessuali che usavano l’ormone. E l’una prescriveva per l’altra. Ma presto l’ormone non era più sufficiente per noi. Il Brasile era visto come un’esportazione di travestiti e transessuali in Europa, e il modello delle donne brasiliane in Europa era quello di avere tanto seno e tanto corpo. Così nel 1980 ho fatto la mia prima applicazione di silicone industriale e sono andata tutta pompata in Europa. Ho anche fatto interventi di chirurgia plastica in anticipo e inutilmente, solo per dire che avevo fatto. Molta follia. Le travestite hanno fretta, vuole tutto per oggi, non vuole niente per domani.

Il silicone industriale, sebbene illegale, è ancora una realtà. Qual è la tua opinione su questo prodotto?
È così contraddittorio dire che non sono d’accordo con l’applicazione del silicone, perché nonostante i molti problemi che mi ha portato, mi ha anche dato molto piacere. Ha adattato il mio corpo alla mia mente. Non avevamo altri prodotti e non avevamo soldi per usare un altro prodotto.

Oggi non abbiamo più questa necessità cosi grande, dal momento che non abbiamo questa richiesta. Lo standard di bellezza può essere fatto anche solo con l’ormone e accompagnato dall’endocrinologo. Vediamo anche molti meno travestiti e transessuali che usano silicone industriale e investono solo in una protesi. Eppure, l’ormone può portare dei problemi se non ti prendi cura di te stesso. In questi giorni abbiamo perso una bellissima travestita a Uberlandia che aveva un’embolia a causa dell’abuso di ormoni.

Il nome che hai usato quando hai lavorato come prostituta era Sonia Kelly, giusto? Sonia aveva finalmente trovato la libertà?
Era libera fino a qualche tempo fa. La prostituzione era un’imposizione della società, perché ciò che restava erano gli incroci delle strade.
Ma quando mi sono trovata nella prostituzione ho unito l’utile al piacevole. Non era schiava della prostituzione, ho visto l’opportunità di momenti piacevoli. Mi piace prostituirmi ancora oggi, mi piacciono le luci delle macchine che si avvicinano a me. Mi piace vedere le macchine fermarsi, chiedendomi il prezzo. Ancora oggi vado in strada per vedere queste cose.

In qualche modo la prostituzione stimola anche l’autostima?
Tocca, tocca con la vanità. Quando l’uomo chiede quanto prendiamo, abbiamo una conferma che non siamo messe cosi male (ride).
Ma credo che la prostituzione sia un lavoro redditizio e che il guadagno sia immediato, ma spenda anche troppo. Credo che stiamo cambiando molto poiché vediamo già molte persone travestiti e donne trans che si rifiutano di essere prostitute e che cercano altre opportunità nel mercato formale e nel lavoro. Si va dalla scuola elementare alle superiori. Ma dobbiamo ancora lavorare sodo su questo problema, perché oltre il 90% lavora in questo, giusto? Spesso per imposizione.

Cosa suggerisci per cambiare questa immagine?
Non concordo molto con le quote, ma spesso dobbiamo fare circa tre passi indietro per poterne farne altre quattro in avanti. Penso che una partnership con le aziende, che riduca le tasse per chi assume persone LGBT, possa essere fatta con grande successo. Qualcosa deve essere fatto subito, perché abbiamo grandi professionisti, anche attrici e attori, che non possono lavorare a causa di LGBTfobia.

Qual è il parallelo che fai sulla visione della società del travestito di ieri e di oggi?
Oggi abbiamo più visibilità, abbiamo più spazio per il dialogo e il discorso. Ma la società ci vede ancora allo stesso modo in cui ci vedeva: come un uomo vestito da donna, un prodotto sessuale solo per soddisfare l’uomo. La società non può vederci nella linea di lavoro, come insegnante, come avvocato, come medico o come altro. Ma dietro l’angolo, come prostituta, può vederci. Cioè, siamo ancora gli stessi e viviamo come i nostri genitori. Abbiamo avanzato molto, ma a questo proposito siamo ancora stagnanti.

Nonostante la situazione vulnerabile, hai mai vissuto in alcuni paesi europei? Come è stato lasciare il Brasile?
Sono andata con un altra travestita di Goiania, Cassandra, che viveva nel distretto federale. Abbiamo incontrato una persona che viveva a Brasilia, che ha portato travestiti in Europa e addebitato $ 2.000. Eravamo già lì con il punto garantito. Siamo andati a Madrid nel 1983, siamo rimasti per sei mesi. La scadenza per i turisti era di tre mesi, ma ovviamente volevamo rimanere più a lungo. Dal terzo mese in poi non andavamo più dietro l’angolo, andavamo a lavorare in una sauna, uscivamo meno per le strade. Poi siamo andate a Parigi, siamo andate a Barcellona, ​​siamo andate in Andorra – che è una città che se potessi permettermelo, vorrei tornare indietro, perché siamo stati in un hotel davvero carino, abbiamo fatto amicizia con il proprietario dell’hotel e i turisti.

Come hai fatto in altri paesi senza una seconda lingua?
Quando arriviamo in un altro paese, la prima lingua che parliamo è quella dell’amore. E onestamente, non devi nemmeno avere una lingua diversa, perché ciò che gli uomini vogliono da noi è il sesso e il piacere. Quindi questa lingua è universale. E giorno per giorno impariamo. Tanto che quando ho vissuto in Italia, la polizia non mi ha arrestato perché erano sicuri che fosse italiana. Ho imparato a parlare molto bene l’italiano, perché anche prostituendomi mi sono sposata e ho vissuto con un italiano. Ma dal momento in cui torniamo in Brasile, dimentichiamo. Ma posso ancora guardare un film italiano e capire tutto, chattare con l’italiano. In effetti, ho sempre parlato più italiano che spagnolo. Il francese non l’ho mai imparato.

Riesci a fare amicizia nella prostituzione?
Mi mancano alcuni amici che non sono più con noi. Ho avuto grandi amici e collaborazioni, davvero. Vorrei parlare di Dolores Duran, una donna bahiana con cui ho viaggiato per il Brasile. Era una persona che considero una sorella. Compagna per condividere il piatto di cibo, che ho avuto una relazione di molto amore e complicità. È difficile, ma è possibile stringere una grande amicizia in questo ambiente.

Sissy, che mi dici degli amori?
Loro vanno e vengono. Quando siamo giovani, amiamo, ci innamoriamo. Ma oggi non so dire se gli uomini non amano davvero, perché screditerei tutto ciò in cui credevo nella mia giovinezza. Credo di aver amato e di essere stata amata. E ho avuto grandi amori, ​​caro mio, perché sono sempre stata un po’ volubile (ride). Mi sono sposata più di Gretchen e ho amato tutti i miei uomini. Ma anche se uno di loro se ne va, non piangerò così tanto per lui, perché la fila va avanti.

Cosa hai imparato dai tuoi amori?
Ho imparato che l’uomo è più animale e che tradisce più della donna. Per quanto ti ami, guarda la tua amica, ed è possibile che ti tradisca con la tua amica. Mi è successo, quindi non credo più negli uomini. Quando torno, quando ricordo le mie relazioni e ricordo i tradimenti, allora mi rendo conto che non sono così sinceri nella vita di tutti i giorni come dicono che sono a letto.

Oggi ti fidanzeresti di nuovo?
Non lo so. Dormire nello stesso letto, no, perché non riesco più a dormire con nessuno. Ma se trovo una persona che vuole fare questo esperimento, ho il coraggio, ci proverei. Anche perché sono un po ‘stanco di questa vita. Ho anche i miei desideri sessuali e se potessi combinare l’utile con il piacevole, avere una relazione amorosa sarebbe molto bello. Ma sto invecchiando e non mi piacciono più gli uomini maturi. Mi piacciono i ragazzi più giovani. Diventa complicato, vero?

Quando eri in Europa, c’erano alcune persone che erano nei media: Roberta Close, Thelma Lipp. Ti rappresentavano nonostante le loro vite molto diverse?
E’ stato davvero bello, perché queste persone erano stelle per noi, erano le nostre dive. Mi sono messo in fila per il carnevale di Rio de Janeiro per abbracciare le tre finaliste del ballo di São José degli anni ’80: Alemoa Gaúcha, Perla e Cuca. Poi nel 1982 arrivò il boom di Roberta Close. Anche se non ha vinto il concorso perché Perla era il concorso, sapevamo che quell’anno Roberta era la vincitrice. È arrivata ragazza per fare la storia ed è ancora oggi la nostra più grande rappresentante. A volte dice alcune cose che non ci aspettiamo, ma è innegabile che abbia aperto le porte.

Penso che mi rappresenti più di Rogéria, perché mentre Roberta difende la donna che è, Rogéria vende il suo genere. Oggi vediamo molte più rappresentatività di prima. E vedi anche molte più persone che lavorano come attrici, laureati, molte trans che escono con tutto. Oggi abbiamo Laerte, Leo Áquilla, João Nery, Anyky Lima, Keyla Simpson. C’è molto spazio e sta già accadendo, abbiamo solo bisogno di opportunità o lavoro.

Sei stata sottoposta a trattamenti sanitari per molto tempo… Come è stato per te ritrovarti sieropositiva e con l’epatite C?
Il boom dell’AIDS è arrivato nel 1982 e abbiamo visto morire molte persone perché non sopravvivevano alla malattia. Penso che la depressione sia stata il fattore chiave nella loro morte, e il virus in quel momento credo che fosse più forti e meno domati dai medicinali. Ma anche con tutte le morti, abbiamo sempre pensato che l’AIDS fosse una cosa successo agli altri, altre… Mai qualcosa che potevamo avere. E per quanto ci prendessimo cura di noi stessi, finivamo per cadere in contraddizione innamorandoci, vedendo che un uomo era bello e si lasciava condurre in una situazione rischiosa.

La prima volta che ho saputo di essere positivo all’HIV è stato quando sono tornata in Brasile nel 1986 e ho messo una protesi di silicone.
Il dottore ordinò una serie di test – anche perché stavo usando eroina e dovevo prendere medicine per disintossicarmi – e tra questi esami arrivò la richiesta di HIV. Ho chiesto a mia sorella di andare a ritirare l’esame, ma mi hanno detto che non potevano darglielo, solo al mio medico o al centro di malattie sessualmente trasmissibili e al centro di epatite virale. In quel momento, avevo tanta paura di conoscere il risultato che non sono andata a prenderlo. In 72 ore, ho preso un volo e sono tornato in Europa.

Quindi non hai confermato quella volta…
No. Ma sono arrivata in Europa con quella cosa: “oh, sono sieropositivo, penso di sì”, ma l’ho lasciato andare. Ero una tossicodipendente, sniffavo eroina e poi ho iniziato a iniettarmi. Ho avuto un’overdose a Montecatini, e una volta ricoverata, il personale medico mi ha informata che avrei dovuto fare una riduzione del danno, sostituire l’eroina con il metadone e che avevo contratto l’AIDS. Sono rimasta per un po’, ho continuato a usare droghe, ero molto arrabbiata. A volte credevo di essere sieropositiva, ma a volte pensavo di no. Ho strappato i risultati dell’esame e sono tornata in Brasile. Rimasi per circa otto mesi e, all’inizio del 1988, tornai a Lisbona. Ho iniziato a vivere per le strade di Lisbona.

Nelle strade?
Per le strade, a causa della dipendenza chimica, no? Ottenni il programma di riduzione del danno. Mi invitarono a far parte di un gruppo. Feci un altro test e solo allora fui consapevole di essere sieropositiva. Venne anche la sierologia per l’epatite B e C. Sono andata all’ambasciata brasiliana e chiesi a loro di rispedirmi, ma dissero che non potevano mandarmi via così in fretta. Hanno contattato mio padre, che mi ha inviato i biglietti. Sono arrivata in Brasile il 1 maggio 1991.

Ho intervistato un ragazzo e ha detto che il peggio dell’HIV / AIDS è il pregiudizio. Sia dalla società che dalle persone stesse.
Sì, avevo pregiudizi contro me stesso. Pensavo fosse una persona morta nella vita. Non volevo più fare sesso con nessuno perché credevo di essere marcio dentro. E a quel tempo l’aspettativa di vita di una persona sieropositiva era anche di tre o quattro anni. Quando sono arrivato in Brasile, Cazuza è morto e ho pensato: “La persona successiva sono io”. Anche se avevo anche l’epatite C, non mi preoccupavo molto, perché non si parlava di epatite. E ‘stata curata e guarita 15 anni fa. A proposito di essere sieropositivo, ho trascorso due mesi a casa senza fare nulla, fino a quando un giorno mia sorella ha detto: “Devi prenderti cura di te”. E ho detto: “Ma tanto morirò”. E ha detto che sarei morto solo se avessi voluto.

Quindi sei andata per il trattamento?
Mi sono alzata all’alba, sono salita su un autobus – e a quel tempo l’ospedale Sarah attendeva tutto il pubblico – e ho fatto gli esami lì, è stato positivo e mi hanno indirizzato all’ADIP. Continuavo ad aspettare che la morte mi prendesse, ma non mi ci è voluto. Sono andata a GAPAS, gruppo di supporto per le persone con AIDS, ho iniziato a lavorare con prevenzione e pregiudizio. Sono stata formata e assunta per un progetto che aveva “Prevenire la prostituzione”, che ha lavorato con questa popolazione di travestiti, transessuali, ragazzi che lavoravano nella prostituzione. Ma non ero felice. Poi, quando il Brasile vinse i Mondiali del 1994, mi resi conto: “L’AIDS non mi vuole, io vado là fuori”. E ho venduto il mio appartamento.

Ma perché hai venduto il tuo appartamento?
Eravamo nel Plano Collor, che aveva preso tutti i miei soldi dal conto di risparmio. Il mio appartamento è stato finanziato da Minas Caixa, ma Minas Caixa non esisteva più, perché il presidente ha chiuso le caselle statali ed è stato lasciato solo Caixa Econômica. Di conseguenza, le mie rate dell’appartamento sono aumentate molto e il mio appartamento sarebbe stato ipotecato. Ho venduto l’appartamento perché dovevo pagare tutto il debito che avevo.

Eri felice di essere sopravvissuta, ma poi sei tornata in strada?
Sì, sono tornata alle case di sostegno. Ho viaggiato in tutte le case di Belo Horizonte, sono andata a San Paolo, ho vissuto a Brenda Lee e lì ho imparato a convivere con l’HIV / AIDS e ad assumermi come una persona siero positiva. Mi ha liberato dal mio pregiudizio. Oggi non posso essere in un posto e non dire che sono sieropositivo. È come una sensazione che non sono onesta con le persone. Anche perché molte persone che si trovano in questa situazione vengono da me per conoscere il trattamento ed è un lavoro che svolgo con piacere.

Con 31 anni di sieropositività, cosa hai imparato?
Valorizzare un po ‘di più la vita, la famiglia, gli amici e persino la salute.

Pensi di aver imparato a prenderti più cura di te?
Sì, molto di più. Dopo essere tornata a fare sesso, non ho mai più fatto sesso senza preservativo. Mi sono presa di nuovo cura di me stessa e anche del prossimo. Perché dal momento in cui mi sono preso cura del mio prossimo, mi sarei anche presa cura di me stessa e di non prendere più malattie sessualmente trasmissibili, il che complicherebbe molto di più la mia salute. Per darti un’idea anche nei miei sogni e fantasie sessuali, io uso il preservativo.

Non so se sia ignoranza da parte mia. Ma è comune essere sieropositivi da 31 anni? Cosa dicono i dottori?
È quasi paragonabile all’esperienza di una transessuale che si sposa o di una transessuale che ottiene un lavoro. E mi rendo conto che la mia storia piace ai dottori. Vedono che mi sono presa cura di me stessa e ho vinto. Perché oggi abbiamo una giovane popolazione gay che sta scoprendo una sierologia positiva e sta arrivando in ospedale debole e non sopravvive. Oggi stiamo perdendo i nostri giovani gay a causa dell’AIDS, così come stiamo perdendo i nostri giovani travestiti a causa della violenza. Questo non è visibile come la violenza, ma succede.

Cosa devono sapere oggi le persone sull’HIV / AIDS?
Che l’AIDS è ancora una malattia potenzialmente letale se non ti prendi cura di te stesso. E che solo i forti sopravvivono. Rispetto alla prostituzione: se non ci sai fare, essendo una travestita e una lavoratrice sessuale, morirai dietro l’angolo. L’HIV è la stessa cosa se non ti prendi cura di te stesso, non cambi le tue abitudini, non cambi il giorno per la notte, non hai una dieta sana, non hai aderenza al trattamento, non hai una riduzione del danno della droga, se non hai una preparazione psicologica, se non sei in pace con te stesso, non ti lascerà sopravvivere. Oggi l’hiv è più addomesticabile, sì. E gli effetti collaterali sono meno aggressivi di prima. Ma questo non è abbastanza.

Ho saputo che dopo il tuo ritorno in Brasile, hai attraversato un processo di distruzione di genere. È vero?
Sì…Quando mi sono trovata sieropositivo, avevo paura di morire e andare all’inferno. Siamo nati in una religione cristiana, quindi hai imparato che LGBT va all’inferno. Ma quando siamo nel bohémien, pensiamo persino: “Un giorno smetterò per redimermi con Dio”. Quindi, quando si ottiene un test sierologico positivo, si passa del tempo a drogarsi cosi passa. Ma quando dici “Mi prenderò cura di me stesso”, vuoi correre dietro alle tue perdite. Vuoi andare in paradiso, vuoi stare con Gesù. E la soluzione era smettere di essere un travestito, perché essere un travestito era visto come un peccato.

Così ho iniziato a vestirmi da uomo e sono diventato qualcosa di androgino. Tanto che c’è una foto sulla porta che trovo orribile. Indosso un cappello e sandali. Ho detto “Voglio i sandali, sono un uomo” (ride). Anche quando sono andata a lavorare al GAPA (AIDS Support Group), ho lavorato per i travestiti, ma non ci andavo come un travestito. Indossavo una camicia ampia, ho smesso di prendere l’ormone …

Perchè essere un travestito non era un peccato?
Come ti ho detto, dopo i Mondiali del 1994, quando ho visto il Brasile vincere insieme a molte persone sieropositive che abbiamo visto insieme, mi sono liberata e ho iniziato a celebrare la vita. Ho iniziato a conoscere lo spiritualismo e questo mi ha liberata da questa paura di Dio, questa paura di essere travestita e non andare in paradiso. Ho capito che essere una travestita non era un peccato, non un crimine, non una scelta. Ho iniziato a capirne di più sul genere. È stato allora che ho iniziato a partecipare al movimento LGBT in Uberlandia. E poi mi sono rasata di nuovo, ho preso l’ormone, ero felice, mi sono sposata…È stato bello.

Dopo anni di lavoro nella prostituzione, compresa la vita in Europa, hai anche avuto esperienza per le strade. Come ti sei trovato senzatetto?
Normalmente, quando le persone lasciano le case dei genitori senza supporto e non vogliono lavorare come schiave, finiscono comunque per le strade. E anche lavorando senza ricevere nulla, per qualsiasi motivo, il capo ti manda fuori. A quel tempo eravamo molto più sfruttati di oggi. Quindi da quando ho lasciato casa, ho dormito per strada diverse volte. Per me stava diventando molto facile buttare tutto in aria e andare per strada. Perché ho visto il mio spazio sulla strada, la mia dimora giusta.

Nel corso del tempo ho cercato di non sottomettermi al capriccio delle persone. Preferivo andare in strada piuttosto che sottomettermi ad un lavoro schiavo, maltrattamenti. Lavoravo nelle case, ma poi buttavo tutto in aria e finivo in strada. E questo è diventato comune nella mia vita. Quindi, quando sono arrivata in Europa e mi sono ritrovata indebolito dalla tossicodipendenza e non avevo più fatto soldi per il consumo di eroina, sono scesa di nuovo in strada. A Lisbona ho avuto il percorso sulla strada più lungo.

C’era una differenza tra i senzatetto in Brasile o a Lisbona?
A Lisbona ho sentito che erano più accoglienti con i travestiti. Quindi abbiamo avuto più conforto, anche nella situazione di strada. Cercavamo un parco, un castello abbandonato avevamo persino una televisione, una stufa … L’assistenza sociale era molto buona e il programma di riduzione del danno ti offrivano biglietti di trasporto e non c’erano quasi più ostelli. Ciò che esiste sono gli hotel assunti dall’assistente sociale. E avevamo due pasti al giorno e potevi portare due pasti a casa. Si cena, a volte con una zuppa sana e un pane, una cioccolata o un succo. Questo è il 1989, 1991. Anche se siamo una popolazione di senzatetto, possiamo ancora prostituirci e avere un po ‘di soldi. Ma in Brasile queste cose sono più complicate, sebbene Belo Horizonte sia una delle migliori città per i senzatetto. Il “mineiro” è molto accogliente, molto gentile.

Quale città non è così accogliente per i senzatetto?
La maggior parte non è accogliente quando sei un travestito o transessuale. Ma di recente ho patito la fame a Campo de Goytacazes, a Rio de Janeiro, dove sono arrivata senza soldi. I soldi che ho fatto ho pagato il taxi dalla stazione degli autobus alla casa di supporto lì.
Ma hanno detto che non davano il benvenuto a persone di un altro stato e mi hanno dato un buono di trasporto per tornare alla stazione degli autobus. Per arrivarci, ho cercato l’ostello. E in questo ostello sono stata così male che sono stata costretta a dormire nel reparto degli uomini.
Così ho finito per andare a dormire alla stazione degli autobus. Ho soggiornato a Campos per un paio di mesi dormendo alla stazione degli autobus senza alcun aiuto o supporto.

I travestiti e le trans senzatetto possono oggi rimanere nel reparto delle donne?
Non ancora. San Paolo è l’unico Stato che è riuscito ad avere un ostello LGBT. Stiamo iniziando ora e si dice che Brasilia abbia una casa per travestiti e transessuali. Di solito questa casa ospita circa 20 o 30 travestiti, ma in realtà può arrivare a 50, 60. Ma la mia più grande esperienza è a Belo Horizonte, dove vivo, vivo e lavoro insieme alla comunità di amici di strada e al comitato di sorveglianza e consulenza al senzatetto.
Abbiamo avuto un aiuto qui a Belo Horizonte per i senzatetto nel 2012 e abbiamo scoperto che eravamo quasi 2000 senzatetto e che i travestiti e i transessuali erano dello 0,8%. Circa 18 persone.

Il pubblico è aumentato, ma per essere accolte in una repubblica dobbiamo trascorrere sei mesi in un ostello prima di competere solo per un posto nel profilo delle repubbliche. Ma i travestiti non possono essere sistemati nelle case delle donne, perché l’unica casa femminile che abbiamo a Belo Horizonte è qui, Maria Maria, che oggi lavora a pieno regime. Non ha posti vacanti per le donne cisgender, tanto meno per i travestiti e i transessuali. Sono stata la prima transessuale qui.

Come sei arrivata in questa casa ospitante?
Sono venuta per la “Pastoral de Rua.”. Abbiamo un’altra persona, che non so se si presenta come travestito o transessuale, ma è anche indicata dal Belo Horizonte Pop Center. È sposata e ha una disabilità. Suo marito doveva essere via per alcuni mesi e il servizio di assistenza sociale portò questa persona qui fino a quando suo marito non tornò per andare all’ostello di famiglia a Pompei. E si aspetta di essere contemplata da La mia casa, la mia vita. Oggi ci sono due famiglie omosessuali a Pompei, io a casa di Maria, ma il servizio sociale e il Comitato dei senzatetto hanno riferito di aver trovato una soluzione per il pubblico LGBT, poiché c’erano già due strutture d’accoglienza. Ma chiedo: se abbiamo lo 0,8%, dove sono le altre persone?

Cosa pensi che la popolazione generale pensi dalla popolazione dei senzatetto che non corrisponde alla realtà?
Per la popolazione generale, i senzatetto sono marginali: è vista come una popolazione troia, pigra e che non vuole lavorare. Perché le persone spesso si avvicinano a quelli che credono sia senzatetto, portando questo stigma alla gente del trafficante di droga marginale. Ma queste sono persone che si infiltrano nei nostri dintorni e finiscono per farci vedere come marginali o perversi. Dimenticano chi c’è nella popolazione dei senzatetto, come in qualsiasi altro posto: filosofi, dottori, ingegneri, muratori. Ma una volta che hai una vita di strada, non hai più opportunità nel mercato del lavoro. Proprio come una persona che ha attraversato il sistema carcerario non ha più opportunità neanche. È un paese eterocisormativo, giusto? Quando ti chiedono il tuo indirizzo e il tuo indirizzo proviene da un istituto, ti scaricano automaticamente.

Cosa provoca una persona ad entrare in questa situazione? Abbiamo storie ricorrenti?
Ciò che guida una persona in una situazione di senzatetto è un legame familiare indebolito o rotto. Di solito la maggior parte sono maschi perché la cura sociale dei bambini è la madre, le donne. Perché loro, nonostante la loro sofferenza, di solito non abbandonano il loro bambino. Già l’uomo getta tutto e va in strada. Ti vergogni perché non puoi pagare la bolletta dell’elettricità, la bolletta dell’acqua, sostenere la famiglia, inizia a consumare alcolici e inizia a usare altre droghe e andare in strada. Ed è difficile uscire dalla strada, perché non c’è lavoro di salvataggio della cittadinanza, non c’è risposta, lo stato non offre nulla di buono ai senzatetto, non abbiamo una salute integrale per i senzatetto. Ed è complicato, molto complicato.

Dopo così tanti combattimenti, perché insisti ancora per essere una militante?
Perché è questo che mi tiene in vita. Mi occupo la mente e sono felice nella militanza. Quando non trovo nulla da fare nell’attivismo, è come se avessi perso tutto il mio valore. Anche la militanza è una dipendenza, non ci ritiriamo mai dalla militanza. Dal momento in cui non riesco ad avere un corpo militare, combatto per i social network. Oppure possiamo passare il posto a qualcun altro. E oggi ho deciso che non farò più parte del Trans Citizenship WG, ma ho il mio supplente che sarà al mio posto.

Diventa complicato, perché i nostri incontri durano tutto il giorno e quando viviamo in un’istituzione, abbiamo un programma di pasti e se usciamo per mangiare, spendiamo molto. E lo stato non può pagare la tariffa giornaliera di un travestito o transessuale che lavora? Ho fatto una proposta al coordinatore della diversità di Belo Horizonte, che tornerà a lavorare al GT solo dal momento in cui sono venuti a prendermi a casa, a portarmi a casa e a pagarmi ogni giorno il giorno dell’incontro. Sto aspettando una risposta
Oppure preferisco stare con il comune. Perché lo Stato è così grande e se riesco a costruire qualcosa qui nella città di Belo Horizonte, questa è già visibilità ad altre regioni. Al contrario, rimango nella militanza dei senzatetto, il che è anche molto piacevole per me.

Come valuti la militanza trans?
Oh mio Dio, chiederanno la mia testa sul vassoio (ride). Ma non posso criticare, a dire il vero perché se siamo arrivati dove siamo, è a causa della militanza, sì. Nessuno è perfetto, non esiste un corso o una scuola per essere un militante, nessuna scuola per essere un consigliere e fanno molto meno di noi militanti. Molte volte facciamo noi stessi i servizi di manager. Quindi ho scherzato all’inizio della risposta, ma non posso criticare. Ogni persona lavora all’interno di ciò che crede e può fare. Aggiungiamo. Non siamo qui per rompere. Se ci rompiamo, perderemo in questo momento politico attuale in Brasile.

Qual è il diritto principale che le persone trans devono avere oggi?
La salute integrale è fondamentale, visto davvero cosa significa salute integrale per uomini e donne trans, travestiti. Istruzione garantita, di qualità e gratuita. E alloggi per la popolazione trans senzatetto, perché è una popolazione malata. È molto difficile per te non vedere una trans che è sulla strada e non è malata. Come può una persona andare a scuola o ad un corso se è un senzatetto, se deve essere pulito nella propria igiene personale, se si prenderà cura della propria igiene personale per strada? Non ti prenderai cura della tua malattia cronica se sei in strada, giusto? E lavoro, lavoro. Dobbiamo lavorare per la popolazione LGBT.

Che consiglio daresti alla nuova trans generazione?
Abbi cura di te, ama te stesso, informati che la vita è piacevole, soprattutto prenditi cura della della tua salute. Non fare la cura ormonale da solo, non usare silicone industriale e, se lo fai, fallo in modo responsabile. E cerca di risolvere il problema del genere all’interno della famiglia, perché il nostro più grande punto di supporto è nella famiglia. Dal momento in cui abbiamo un sostegno familiare, abbiamo il coraggio di affrontare la società. Se la nostra famiglia non ci supporta, è molto difficile trovare qualcuno che ci sostenga. E questo può cambiare tutto.

Se potessi invitare due persone per un pomeriggio e un caffè, chi sarebbero?
Inviterei Jacqueline Brasil e João Nery a trascorrere una giornata insieme, perché sono persone che ammiro. (Al termine dell’intervista, Sissy ha inviato un messaggio chiedendo di aggiungere Neto e il fumettista Laerte Coutinho – “Mi piacerebbe conoscerti meglio”).

Data tutta questa traiettoria, come vorresti essere ricordata?
Per molto tempo mi ero presentata come una donna transgender perché credevo che il travestito potesse essere trasmesso direttamente alla prostituzione. Ma oggi sono consapevole di essere sempre stato una travestita. Sono una pioniere, perché quando hanno iniziato a parlare di donne transessuali in Brasile, esistevo già come travestito. E anche se sono andato in Europa ed ero consapevole che questo nome non rientrava nell’identità di genere, ma come una questione politica e culturale in Brasile, sono una donna travestita. Accetto coloro che non vogliono essere donne travestiti, che vogliono solo essere travestiti. Ma siamo travestiti, sì. Voglio essere ricordato come una donna travestita: guerriera, combattente, sopravvissuta.

Lo rifaresti di nuovo?
Se lo dicessi, sarebbe da vera ignorante. Vorrei cambiare alcune cose che ho fatto, sì. Proverei a non usare silicone industriale, perché sebbene mi abbia fatto molto piacere, se avessi avuto questa coscienza lì negli anni ’80 non l’avrei usato. O sarebbe scappata dalle droghe. E forse scappare dalla prostituzione. Ma penso che tutto sia andato come dovrebbe essere.

Hai qualche pensione?
Ricevo la PBC, che è un vantaggio di beneficio continuo, perché negli anni ’80 non appena abbiamo scoperto persone con il virus dell’HIV / AIDS, eravamo praticamente morti e incapaci di lavorare. La malattia è stata vista come letale, una condanna a morte. Quindi sono in pensione per disabilità. Nella dittatura militare, fummo arrestati per vagabondaggio, ma avevo persino un salone registrato e dissi che era dietro l’angolo per divertimento, ma avevo un lavoro. Così ho pagato il sindacato dei parrucchieri e pagato l’INSS. Questo è ciò che resta di tutto ciò che non avevo e di ciò che ho perso: il mio appartamento, i risultati e la mia giovinezza. Questo vantaggio è ciò che mi dà un po’ più di dignità.

Hai un sogno?
Sogno di avere una casa per travestiti e transessuali, o LGBT. Dove possiamo vivere in famiglia, perché i travestiti insieme, LGBT in generale insieme, sono più felici. Funzionano meglio.

Qualche domanda che vorresti fossi stata fatta?
No, penso che abbiamo parlato di tutto. Ma vorrei farti una domanda: sei un uomo transessuale?

Sissy, mi hai chiamato qui per chiederlo, giusto?
(Ride). È così diverso vedere un gay (cis) parlare così tanto di donne transgender e travestiti. Ma non devi rispondere, no, lo scoprirò comunque.

Un ringraziamento speciale a Sissy, che ha condiviso momenti della sua vita con tutti noi, a Lucas Ávila, che ha reso possibile questo incontro, e a Paulo Bevilacqua, che ha accompagnato l’intervista e contribuito alla revisione.

***

“Vivo abaixo da linha da invisibilidade”, diz ativista trans Sissy Kelly, aos 60 anos

Quantas histórias e segredos carregam as mulheres transexuais ou travestis que conseguiram driblar a baixíssima expectativa de vida de 35 anos e chegaram à terceira idade? Quais foram as artimanhas para superar as violências e transfobias múltiplas e institucionalizadas? E de qual maneira vivem, gozam e enfrentam a velhice?
A mulher travesti Sissy Kelly, de 60 anos, tem muita história para contar. Recentemente, enviou uma mensagem:”Amigo, estou muito cansada. Gostaria de realizar um trabalho sobre minha vida com você. Obrigada se puder realizar esse sonho”. E nos fez ir para Belo Horizonte, graças a ajuda de Lucas Ávila, para um bate-papo pessoal emocionante e que vai transformar todos vocês.
Sissy se define ativista trans afetiva em prol da cidadania, dignidade e direitos humanos de mulheres transexuais, travestis, da terceira idade, soropositivos e da população de rua. Categorias que ela já vivenciou uma a uma, saboreando as dores e as delícias de ser quem é. E de enfrentar guerras de intolerâncias e invisibilidades.

Natural de Aimorés, interior de Minas Gerais, ela já morou em Brasília, na Bahia e na Europa. Atualmente mora na República Maria Maria, em Belo Horizonte. Antes disso, chegou a ser internada em uma clínica por ser efeminada, teve trajetória como profissional do sexo, experiência nas ruas, além de conviver há 31 anos sendo positiva e com dependência química.
Essas e outras histórias de superação você confere abaixo:

Sissy, vim para BH mediante a um pedido seu. Depois de ter dado entrevista para tantos jornalistas, o que te motivou a me chamar? E o que você quer tanto falar?
Eu gosto muito das suas entrevistas, elas são consistentes e o seu trabalho tem visibilidade positiva, que gosto muito de ver. E eu gostaria de falar para você todo o contexto da minha vida, desde a infância, fazendo os recortes de invisibilidades que não são falados, até agora. Afinal, é muito linda a vida e tudo, mas nem todo mundo teve a oportunidade de ser bem-sucedida.

Mas aos 60 anos você se considera uma pessoa malsucedida?
Não digo que sou uma pessoa malsucedida, mas eu não consegui ter uma condição financeira boa… É que eu já tive moradia e hoje já não tenho mais. Contraí HIV/Aids, tive trajetória de rua, sou dependente química… E, mesmo com todas essas vulnerabilidades, consegui chegar aos 60 anos. Então acho que não sou uma perdedora, sou uma ganhadora. Sou uma guerreira que deu certo. Sou um projeto de Deus que deu certo.

A gente sabe que expectativa de vida de uma travesti é de 35 anos e…
Eu superei essa expectativa, pois estou quase o dobro. Nos meus documentos está que vou fazer 60 anos, mas na verdade vou fazer 61.

A sensação é de que você é uma sobrevivente?
De certa forma sim, quando vejo que muitas amigas tiveram uma trajetória bem mais curta. De outra, não. Sobreviver é não viver, e eu vivo intensamente a vida. Eu sou ativista social, estou reconstruindo o laço familiar… Acredito que não sou uma sobrevivente. Eu vivo.

E como é a sua vida aos 50/60?
A vida de uma travesti ou mulher transexual de 50 ou 60 anos é diferente de uma para outra, depende de como essa travesti se encontra perante a sociedade. Se a gente for comparar a minha vida com a de outras travestis da minha idade, eu vivo abaixo da linha da invisibilidade. Sou institucionalizada. Mas eu acredito que minha idade biológica não é a minha idade mental e nem física. Sou uma pessoa ativa, apesar de ter doenças crônicas e minhas limitações. Só lembro que tenho 60 anos quando me canso ou quando me assusto com a pele ou com a magreza. Mas quando estou bem nutrida, bem tranquila, nem me dou conta que já são 60 anos. Inclusive tenho uma vida sexual prazerosa e ativa.

Minha amiga Claudia Wonder (1955-2010) sempre falava que se aproximar da terceira idade era se aproximar da solidão. Você sente isso?
Ah, conheci a Claudia já adulta, no Rio de Janeiro em 2009 no Entlaids. E ela estava certa. A solidão e as vulnerabilidades após os 50 e 60 anos são bem maiores. Mas essa solidão já me acompanha desde quando era criança. Porque ao perceber a minha orientação sexual e identidade de gênero lá no interior de Minas Gerais, em um sítio, já percebia também a solidão. Estava abandonada, porque eu sabia que ninguém poderia me entender, nem mesmo a minha família. Mas quando a gente é jovem essa solidão é mais bem trabalhada, porque você está sempre acompanhada de pessoas que te procuram. Mas depois de certa idade esse círculo de amizade tende a sumir mesmo. E o trabalho em qualquer área é um pouco mais difícil também. Tanto na prostituição quanto artista como em qualquer outra profissão.

Como você lida com a solidão?
(Respira fundo). Procurando ser feliz com as pessoas que estão ao meu redor, onde eu estou. Sejam elas quem for. Não adianta a gente estar infeliz com o que está longe, sem procurar ser feliz com as pessoas que estão ao nosso lado. Lamento muito pelo vínculo familiar fragilizado ou rompido, mas às vezes a gente participa de outro arranjo familiar e não valoriza esse outro arranjo familiar. Como sou uma pessoa que está sempre institucionalizada, eu procuro estar em paz com essa família e ser feliz ali junto com eles.

Tem gente que diz que a terceira idade é a melhor idade. Tem alguma coisa de bom em envelhecer?
Essa coisa de melhor idade é fantasia (risos). A melhor idade é a juventude, até os 40 anos. Quem consegue aposentar e vai viajar, até pode ser que a vida continue legal. Mas a realidade de quem não tem dinheiro, não existe a melhor idade na terceira idade. Os problemas de saúde se agravam. Mas a gente perde tanta coisa com a terceira idade, que a gente tem que ganhar algo também, né? Para responder a sua pergunta, digo que de positivo na terceira idade é que a gente fica mais realista, a gente não tem que agradar tantas pessoas para ter amizade, a gente ganha mais sensibilidade, ganha mais conhecimento e a verdade.

Hoje você é referência para as novas gerações, assim como outras também são para as novas gerações. Mas quando você era criança ou adolescente, quem eram as referências de vocês?
Quando eu comecei a iniciar a minha transição, aos 17 anos, lá em Vitória, no Espírito Santo, muitas foram referências para mim. Mas nenhuma supera uma que veio do Paraguai, a Layla. Ela já tinha 40 a poucos anos, linda, loira, ativa e profissional do sexo. Eu nunca tinha visto uma travesti com a idade dela, mas acabou sendo uma referência para mim. E Anyky Lima, que apesar de ser quase da mesma idade que eu, também tive como referência, porque ela já era hormonizada, consciente do que queria, tinha um comportamento bastante feminino.

Você percebe que hoje em dia temos muito mais meninas se empoderando e se assumindo como trans muito mais cedo?
Sempre existiram pessoas trans, mas não como hoje em dia. Hoje, se você for ao centro de Belo Horizonte é muito difícil você não cruzar com uma pessoa trans. Antes, nós ficávamos em guetos, na zona boêmia, porque a polícia mexia menos com a gente nesses espaços. Como era lugar de prostituta, eles nos deixavam lá e chamavam a gente de viado. A gente vivia com salão de beleza, com restaurante, cada uma tinha o seu comércio, outras se prostituíam dentro das boates ou trabalhavam no centro da cidade. Hoje eu percebo que as travestis e pessoas trans já vem mais prontas que antes. Elas não tinham a transição ou o processo que a gente tinha naquela época…

Como assim? No sentido de se assumirem homens gays e, só depois, travestis ou mulheres transexuais?
É, as meninas de hoje já nascem prontas. Aos 4 anos, ela já é uma garota, já começa a trabalhar a sua identidade de gênero. A gente percebe aí pelas redes sociais. E antes não. Quando uma pessoa se hormonizava aos 18 anos, a gente dizia: “Nossa, você começou muito cedo”. Porque a pessoa ainda passava pelo estágio de ser gay, depois é que dizia que era travesti. Mas eu nunca me vi gay, sempre soube que sou uma mulher.

Eu vi que Sissy é o nome que você ganhou da sua mãe. Como se deu o contato com a sua família?
O meu nome de registro é Idelci e como ela tinha dificuldade de falar, ela me deu um apelido: Sissy. Eu tive a sorte neste sentido, mas eu venho de uma família de pequenos agricultores ali de Aimorés, Minas. Uma família até então normal, até que começo a me descobrir uma pessoa diferente, que tem uma identidade de gênero diferente do que eles desejavam. A partir desse momento começam os conflitos, eu não tive com quem falar e sofri as consequências. Nos anos 60 e 70, não se falava em transexualidade e a homossexualidade era considerada crime e doença mental. Eu cheguei a ser internada aqui em Belo Horizonte, no hospital Galba Veloso. E também na Clínica Pínel. E quase fui parar em Barbacena como pessoa louca.

Louca por conta de ser uma travesti? Que absurdo…
Sim, por causa dos meus trejeitos, do cabelo grande… Muitas vezes eles me viram usando batom, pegando alguma roupa da minha irmã, rapando as pernas com a navalha do meu pai. Às vezes, a minha irmã chegava em casa e me encontrava com roupas femininas. Daí eles foram juntando todos aqueles “sintomas” e constataram que eu era uma pessoa doente mental. Isso é muito constrangedor. E é uma parte da minha vida que eu fiquei muito tempo sem falar nela, mas depois que eu comecei a falar, eu me libertei daquele peso.

Como você conseguiu escapar das clínicas?
Dentro do Galba Veloso, passei por três vezes. A gente ficava numa triagem de 72 horas e, depois, a gente era transferida para um hospital. O período maior que eu passei foi na Clínica Pinel, aos 15 anos. Lá, eu tive alguns relacionamentos amorosos, aprendi a usar drogas e a tomar hormônio. Tinha um enfermeiro, que me ensinou a não tomar o medicamento, pois ele deixava a gente com um quadro chamado impregnada, sem jogo nos braços, nas pernas, e caída no pátio. Ele me ensinou a colocar o remédio no canto da boca e que jogasse tudo fora quando outra enfermeira fosse embora. Só que outras pessoas usavam esse mesmo medicamento amassado no cigarro e usava como droga. E foi esse enfermeiro que me deu fuga numa festa junina de 1972. Eu fugi.

Lembra do nome do enfermeiro?
Geraldo, jamais poderia esquecer (risos). Foi um amorzinho de infância.

E o que fez depois que fugiu?
Fui trabalhar numa padaria até completar os 17 anos e meio. Eu queria me alistar no Exército, mas chegando lá eles disseram: “Você está descartado”. Por mais absurdo que possa parecer, eu tinha esperança que o Exército fosse a oportunidade de ter uma profissão, de me livrar da solidão e do preconceito. Como eles disseram que eu não servia, fui para Vitória, do Espírito Santo. E comecei a trabalhar na zona boêmia como faxineira, e fui quase escrava das donas-de-casa.

Escrava? O que você recebia pelo trabalho?
Um prato de comida e um lugar para ficar. Mas muitas vezes eu comia o resto do prato das prostitutas e dos cabeleireiros. Porque eu só poderia comer depois que eu lavasse toda a louça do restaurante. Mas a fome era tão grande que eu ia lavando e pegando as sobras. Mesmo assim, muitas vezes eu fui colocada para dormir na rua, pois elas diziam: “não está trabalhando direito, então não vou te dar um teto”. Até que eu arrumei um homem que começou a pagar as minhas contas.

Não foi nessa época, aos 17, que você também começou a trabalhar como profissional do sexo?
Pois é, foi tudo muito rápido. Esse homem começou a me sustentar e, dali pra frente, eu aprendi a ser profissional do sexo. Comecei a ir com outras travestis para o centro de Vitória. E aos poucos eu trabalhando pelos interiores do Espírito Santo e Minas Gerais com show de strip-tease… Muitas vezes as empresárias de clubes sabiam que havia travestis com peito de hormônio e mandavam ir buscar a gente. Eu fui em Ilhéus, na Bahia, só para mostrar os meus seios para alguns fazendeiros de cacau. Isso em 1974.

Hoje em dia a gente tem uma fila para cirurgias e o processo transexualizador… Como é que você construiu o seu corpo naquela época?
Quando cheguei em Vitória do Espírito Santo já existiam algumas travestis e transexuais que usavam hormônio. E uma foi receitando para a outra. Mas logo o hormônio já não era mais suficiente para a gente. O Brasil era visto como exportação de travestis e transexuais para a Europa, e o modelo da mulher brasileira na Europa era a de muito seio e muito corpo. Então, em 1980 eu fiz a primeira aplicação de silicone industrial e fui toda bombada para a Europa. Também fiz cirurgia plástica antes da hora e sem necessidade, só para dizer que tinha feito. Muita loucura. A travesti tem pressa, ela quer tudo para hoje, não quer nada para amanhã.

O silicone industrial, apesar de ilegal, ainda é uma realidade. Qual é a sua opinião sobre esse produto?
É tão contraditório dizer que eu não concordo com a aplicação do silicone, porque apesar dos muitos problemas que ele me trouxe, ele também me deu muito prazer. Ele adequou o meu corpo à minha mente. Nós não tínhamos outro produto e não tínhamos dinheiro para usar outro produto. Hoje já não temos essa necessidade tão grande, já que não temos essa cobrança. O padrão de beleza pode ser feito só com uma hormonização acompanhada pelo endocrinologista. A gente também vê bem menos travestis e transexuais usando o silicone industrial e investindo apenas em uma prótese. E mesmo assim, o hormônio traz problema se você não se cuidar. Esses dias nós perdemos uma travesti muito bonita de Uberlândia, que teve uma embolia por causa do uso inadequado do hormônio.

O nome que você usava na época em que trabalhava como profissional do sexo era Sônia Kelly, né? A Sônia finalmente havia encontrado a liberdade?
Ela era livre até determinado momento. A prostituição foi, sim, uma imposição da sociedade, porque o que me sobrou foram as esquinas. Mas quando eu me encontrei na prostituição eu juntei o útil ao agradável. Eu não fui escrava da prostituição, eu via na prostituição a oportunidade de momentos prazerosos. Eu gosto de me prostituir até hoje, eu gosto das luzes do carro vindo sobre mim. Eu gosto do carro parando, me perguntando o preço. Até hoje vou para a rua para ver essas coisas acontecendo comigo.

De alguma maneira a prostituição também mexe com a autoestima, é isso?
Mexe, mexe com a vaidade. Quando o homem pergunta quando a gente está cobrando, a gente tem uma afirmação de que não está tão derrubada assim (risos). Mas eu acredito que a prostituição é um trabalho rentável e que o ganho é imediato, mas que também se gasta demais. Eu acredito que estamos mudando muito, pois já vemos muitas pessoas travestis e mulheres transexuais que recusam ser profissionais do sexo e que buscam outras oportunidades no mercado formal e trabalho. Elas vão do ensino fundamental até a faculdade. Mas ainda precisamos trabalhar muito essa questão, pois mais de 90% estão trabalhando nisso, né? Muitas vezes por imposição.

O que você sugere para mudar esse quadro?
Eu não concordo muito com cotas, mas muitas vezes a gente precisa dar uns três passos para trás para podermos dar quatro para a frente. Eu acho que uma parceria com empresas, reduzir os impostos das empresas que contratarem LGBT, pode ser feito com grande êxito. Alguma coisa precisa ser feita de imediato, pois temos grandes profissionais aí, mesmo atrizes e atores, que não conseguem trabalhar por causa da LGBTfobia.

Qual é o paralelo que você faz sobre a visão que a sociedade tinha da travesti de ontem e de hoje?
Hoje nós temos mais visibilidade, temos mais espaço de diálogo e de fala. Mas a sociedade ainda nos vê da mesma forma que nos via antigamente: como um homem que se traveste de mulher, um produto apenas sexual para satisfazer o homem. A sociedade não consegue nos ver na fila de emprego, como professora, como advogada, nem como médica, nem como nada. Mas lá na esquina, como profissional do sexo, ela consegue nos ver. Ou seja, ainda somos os mesmos e vivemos como nossos pais. A gente já avançou muito, mas nesse aspecto ainda estamos estagnadas.

Apesar da situação de vulnerabilidade, você chegou a morar em alguns países da Europa? Como foi sair do Brasil?
Fui com outra travesti de Goiânia, a Cassandra, que morava no Distrito Federal. Nós conhecemos uma pessoa que morava em Brasília, que levava travestis para a Europa e que cobrava 2 mil dólares. A gente já chegava lá com o ponto garantido. Fomos em 1983 para Madrid, ficamos por seis meses. O prazo para turistas era de três meses, mas é claro que a gente quis ficar mais. A partir do terceiro mês a gente não fez mais esquina, foi trabalhar em uma sauna, pois sairíamos menos para a rua. Daí fomos para Paris, fomos para Barcelona, fomos para Andorra – que é uma cidade que, se eu tivesse condições financeiras, eu gostaria de voltar, porque ficamos em um hotel muito legal, fizemos amizade com o dono do hotel e turistas.

Como você se virava em outros países não tendo uma segunda língua?
Quando a gente chega em um país diferente, a primeira língua que a gente fala é a do amor. E sinceramente, nem precisa ter uma língua diferente, porque o que o homem quer da gente é o sexo e o prazer. Então essa língua é universal. E no dia a dia a gente vai aprendendo. Tanto que quando morei na Itália, a polícia não me prendia porque eles tinham certeza que eu era italiana. Aprendi a falar italiano muito bem, porque mesmo me prostituindo eu casei e morava com um italiano. Mas a partir do momento em que a gente volta para o Brasil, a gente vai esquecendo. Mas eu ainda consigo assistir a um filme italiano e entender tudo, bater papo com italiano. Aliás, sempre falei mais italiano que espanhol. Já o francês eu nunca aprendi.

Dá para fazer amizades na prostituição?
Eu tenho muita saudade de algumas amigas que já não estão mais entre nós. Já tive grandes amigas e parcerias, mesmo. Gostaria de falar da Dolores Duran, uma baiana que eu viajava o Brasil de carona. Foi uma pessoa que considero uma irmã. Parceira de dividir o prato de comida, que tive uma relação de muito amor e cumplicidade. É difícil, mas é possível fazer uma grande amizade neste ambiente.

Sissy, e os amores?
Eles vem e vão. Quando a gente é jovem, a gente ama, se apaixona. Mas hoje eu não sei dizer se os homens não amam de verdade, porque eu estaria desacreditando de tudo o que eu acreditei lá na minha juventude. Eu acredito que amei e fui amada. E que já tive grandes amores, meu querido, porque sempre fui um pouco volúvel (risos). Eu já casei mais do que a Gretchen e amei todos os meus homens. Mas também se um deles for embora, eu não vou chorar tanto por ele, porque a fila anda.

O que você aprendeu com os seus amores?
Eu aprendi que o homem é mais animal e que trai mais que a mulher. Por mais que ele te ame, ele olha a sua amiga, é possível que ele te traia com a sua amiga… Isso aconteceu comigo, então não acredito mais nos homens. Quando eu volto lá atrás, quando eu lembro dos meus relacionamentos e lembro das traições, então eu percebo que eles não são tão sinceros no dia a dia como eles dizem ser na cama.

Hoje você toparia namorar de novo?
Não sei. Dormir na mesma cama, não, porque não consigo dormir mais com ninguém. Mas se eu encontrar uma pessoa que queira fazer esse experimento, eu tenho coragem, eu toparia. Até porque estou um pouco cansada dessa vida. Também tenho os meus desejos sexuais e, se pudesse unir o útil ao agradável, ter um relacionamento amoroso, seria muito bom. Mas eu estou ficando idosa e deixando de gostar de homens maduros. Eu estou gostando de garoto mais jovem. Fica complicado, né?

– Quando você estava na Europa, existiam algumas pessoas que estavam na mídia: Roberta Close, Thelma Lipp… Elas te representavam, apesar da vida bem diferente?
Era muito legal, pois essas pessoas eram estrelas para nós, eram as nossas divas. Eu fiquei na fila do carnaval do Rio de Janeiro para abraçar as três finalistas do baile São José dos anos 80: Alemoa Gaúcha, Perla e Cuca. Aí em 1982 veio o boom Roberta Close. Embora ela não tenha ganhado o concurso, porque a Perla era hors concours, a gente sabia que naquele ano era a Roberta a vencedora. Ela chegou toda garota para fazer história e é ainda hoje a nossa representante maior. Às vezes ela fala algumas coisas que não esperamos, mas é inegável que ela abriu portas.

Acho que ela me representa mais que a Rogéria, pois enquanto a Roberta defende a mulher que ela é, a Rogéria vende o gênero dela. Hoje, a gente vê bem mais representatividade que antigamente. E vê também muito mais pessoas trabalhando como atrizes, formadas em diversas faculdades, muitos homens trans chegando com tudo. Hoje temos a Laerte, Leo Áquilla, João Nery, Anyky Lima, Keyla Simpson… Há muito espaço e já está acontecendo, só precisamos de oportunidade ou trabalho.

Você passa por tratamento de saúde há bastante tempo… Como foi para você se descobrir soropositiva e com hepatite C?
O boom da aids foi em 1982 e a gente via muitas pessoas morrendo, pois elas não sobreviviam a doença. Acho que a depressão era o fator fundamental para que elas morressem, e o vírus naquela época eu acredito que eram mais fortes, e menos domados pelos medicamentos. Porém, mesmo com todas as mortes, a gente sempre achava que a aids era a coisa do outro ou da outra. Nunca uma coisa que a gente poderia ter. E por mais que a gente se cuidava, a gente acabava caindo em contradição ao se apaixonar, ao ver que o homem era bonito e se deixar levar a uma situação de risco.

A primeira vez que soube que cogitei ser soropositiva foi quando voltei ao Brasil em 1986 e fui colocar uma prótese de silicone. O médico pediu uma bateria de exames – até porque eu fazia uso da heroína e tive que tomar remédio para desintoxicar – e entre esses exames veio o pedido do HIV. Pedi para a minha irmã ir buscar o exame, mas eles disseram que não poderiam entregar para ela, somente ao meu médico ou ao Centro de DST/Aids e hepatites virais. Naquele momento, eu fiquei com tanto medo de saber o resultado que não fui pegar o exame. Em 72h, peguei um voo e voltei para a Europa.

Então você não confirmou naquela vez…
Não… Mas eu cheguei na Europa com aquela coisa: “ai, eu sou soropositivo, acho que sou”, mas deixei pra lá. Eu era usuária de drogas, cheirava heroína e depois comecei a me picar. Acabei tendo uma overdose em Montecatini, internei e a equipe médica me informou que eu teria que fazer uma redução de danos, substituir a heroína pela metadona, e porque eu havia adquirido a SIDA. Fiquei mais um tempo, continuei usando drogas, estava muito revoltada. Às vezes acreditava que era soropositiva, mas às vezes achava que não. Rasguei o resultado do exame e voltei ao Brasil. Fiquei uns oito meses e, no início de 1988, eu voltei para a Lisboa. Comecei a morar nas ruas de Lisboa.

Nas ruas?
Nas ruas, por conta da dependência química, né? Consegui o programa de redução de danos. E eles me convidaram para participar de um grupo. Fiz outro exame e só aí tive a consciência de que era soropositiva. E também veio a sorologia para hepatite B e C. Fui na embaixada do Brasil e pedi para que mandassem de volta, mas eles disseram que não poderiam me enviar tão rápido. Eles entraram em contato com o meu pai, que mandou as passagens para mim. Cheguei no Brasil no dia 1º de maio de 1991.

Entrevistei um garoto e ele disse que o pior do hiv/aids é o preconceito. Tanto da sociedade quanto das próprias pessoas…
Sim, eu tinha preconceito comigo mesma. Eu achava que era uma pessoa que havia morrido em vida. Eu nem queria ter mais relação sexual com ninguém, porque eu acreditava que eu estava podre por dentro. E naquela época a estimativa de vida de uma pessoa soropositiva também era de três ou quatro anos. Quando eu cheguei no Brasil, o Cazuza morreu e eu pensei: “A próxima pessoa sou eu”. Embora eu também tenha vido com hepatite C, eu não me preocupava muito, porque nem se falava sobre hepatite. E ela foi tratada e curada há 15 anos. Sobre ser soropositiva, fiquei dois meses em casa sem fazer nada, até que um dia a minha irmã falou: “Você precisa se cuidar”. E eu disse: “mas eu vou morrer mesmo”. E ela disse que eu só morreria se eu quisesse.

Daí você foi buscar tratamento?
Levantei de madrugada, peguei um ônibus – e naquela época o hospital Sarah atendia todos os públicos – e eu fiz os meus exames lá, deu positivo e eles me encaminharam para o ADIP. Fiquei esperando que a morte me levasse, mas ela não me levou. Eu fui para o GAPAS, Grupo de Apoio a Pessoas com Aids, comecei a trabalhar com prevenção e preconceito. Fui capacitada e contratada para um projeto que tinha: “Previna-se na prostituição”, que trabalhava com essa população de travestis, transexuais, boys que trabalhavam na prostituição. Mas eu não estava feliz. Então, quando o Brasil ganhou a Copa de 1994 eu percebi: “A Aids não me quer não, eu vou sair por aí”. E vendi o meu apartamento.

Mas por qual motivo vendeu o seu apartamento?
Estávamos no Plano Collor, que havia sequestrado todo o meu dinheiro da caderneta de poupança. O meu apartamento era financiado pelo Minas Caixa, mas o Minas Caixa não existia mais, pois o presidente acabou com as caixas estaduais e ficou apenas a Caixa Econômica. Sendo assim, as prestações do meu apartamento aumentaram muito e o meu apartamento estava indo para a hipoteca. Vendi o apartamento porque precisava pagar todas as dívidas que tinha.

Estava feliz por ter sobrevivido, mas daí foi para as ruas de novo?
Pois é, voltei a percorrer as casas de apoio. Percorri todas as casas de Belo Horizonte, fui para São Paulo, morei na Brenda Lee. E por ali eu fui aprendendo a conviver com hiv/aids e a me assumir como pessoa soropositiva. Isso me libertava do meu próprio preconceito. Hoje, eu não consigo estar em um lugar e não falar que sou soropositiva. É como uma sensação de que não estou sendo honesta com as pessoas. Até porque muitas pessoas que estão nessa situação acabam me procurando para saber sobre como se dá o tratamento e é um trabalho que desempenho com muito prazer.

Com 31 anos sendo positiva, o que você aprendeu?
A valorizar um pouco mais da vida, a família, os amigos e a saúde mesmo.

Você acha que aprendeu a se cuidar mais?
Sim, muito mais. Depois que voltei a praticar sexo, nunca mais tive prática sexual sem camisinha. Eu voltei a me cuidar mais e também a cuidar do meu próximo muito mais. Porque a partir do momento em que eu cuidasse do meu próximo, eu também estaria cuidando de mim e não pegaria mais nenhuma DST, que complicaria muito mais a minha saúde. Para você ter uma ideia até nos meus sonhos e fantasias sexuais eu uso camisinha.

Não sei se é ignorância da minha parte. Mas é comum existir uma pessoa que é positiva há 31 anos? O que os médicos dizem?
É algo quase comparado como a experiência de uma travesti se casar de ou uma travesti arrumar um emprego. E eu percebo que a minha história agrada aos médicos. Ele veem que me cuidei e que venci. Porque hoje temos uma população jovens de gays que vem descobrindo a sorologia positiva e que chega ao hospital debilitado e não sobrevivendo. Nós estamos perdendo os nossos jovens gays para a aids hoje, assim como nós perdemos as nossas jovens travestis para a violência. Isso não tem tanta visibilidade quanto a violência, mas acontece.

O que as pessoas precisam saber ainda hoje sobre hiv/aids?
Que a aids ainda é uma doença fatal, caso você não se cuide. E que só os fortes sobrevivem. Comparo com a prostituição: se você não tiver um jogo de cintura, sendo travesti e profissional do sexo, você vai morrer na esquina. O HIV é da mesma forma, se você não se cuidar, não mudar os seus hábitos, não mudar a noite pelo dia, não tiver uma alimentação saudável, não tiver uma adesão ao tratamento, não tiver uma redução de danos nas drogas, se não tiver um preparo psicológico, se não tiver em paz com você mesmo, ele não vai te deixar sobreviver. Hoje, o hiv é mais domado, sim. E os efeitos colaterais são menos agressivo que antes. Mas isso não basta.

Eu fiquei sabendo que depois que você voltou para o Brasil, você passou por um processo de destransição de gênero. É verdade?
É… Quando me descobri soropositiva, fiquei com medo de morrer e ir para o inferno. A gente nasceu numa religião cristã, né, então aprendeu que o LGBT vai para o inferno. Mas quando a gente está na boemia, a gente até pensa: “um dia vou parar para me redimir com Deus”. Aí, quando você recebe um exame de sorologia positiva, você fica um tempo usando droga e passa. Mas quando você fala “vou me cuidar”, você quer correr atrás dos seus prejuízos. Você quer ir para o céu, quer estar junto de Jesus. E a solução para isso era deixar de ser travesti, porque ser travesti era visto como pecado.

Então eu passei a me travestir de homem e fiquei uma coisa meio andrógina. Tanto que tem uma foto na porta de casa que eu acho horrível. Estou de boné e sandálias raider. Eu dizia: “Quero sandálias raider, eu sou homem” (risos). Mesmo quando eu fui trabalhar no GAPA (Grupo de Apoio e Prevenção a Aids), eu trabalhava para travestis, eu não ia de travesti. Eu usava um camisão largo, parei de tomar hormônio…

E o que fez cair a ficha de que ser travesti não era pecado?
Como eu te disse, após a Copa de 1994, quando assisti a vitória do Brasil ao lado de muitas pessoas soropositivas vimos juntos, eu me libertei e passei a celebrar a vida. Comecei a conhecer o espiritismo e ele me libertou desse medo de Deus, desse medo de ser travesti e de não ir para o céu. Eu entendi que ser travesti não era pecado, que não era crime, que não era escolha. Comecei a entender mais sobre gênero. Foi quando eu comecei a participar do movimento LGBT em Uberlândia. E daí voltei a me depilar, a tomar hormônio, a ser feliz, me casei… Foi legal.

Depois de anos trabalhando na prostituição, tendo uma vida inclusive na Europa, você também teve experiência nas ruas. Como você se encontrou como pessoa em situação de rua?
Normalmente, quando as pessoas saem das casas dos pais, sem apoio, e não querem trabalhar como escravas, elas vão parar nas ruas mesmo. E mesmo trabalhando sem receber nada, por qualquer motivo, o patrão manda você para a rua. Naquela época, nós éramos muito mais exploradas que hoje. Então, desde que eu saí de casa, eu dormi na rua diversas vezes. Para mim, foi se tornando muito fácil jogar tudo para o alto e ir para a rua. Porque eu via na rua o meu espaço, a minha moradia certa.

Com o tempo procurei a não me sujeitar ao capricho das pessoas. Eu preferia ir para a rua, que me submeter a um serviço escravo, aos maus tratos. Eu trabalhava a troco de uma moradia, mas depois jogava para o alto e ia parar na rua. E isso ficou comum na minha vida. Então, quando eu cheguei na Europa e me vi fragilizada em dependência química, e já não ganhava tão bem para o uso da heroína, fui para as ruas de novo. Em Lisboa tive a maior trajetória de rua.

Existia diferença entre as pessoas em situação de rua no Brasil ou em Lisboa?
Em Lisboa eu sentia que eles eram mais acolhedores com as travestis. Então a gente tinha mais conforto, mesmo em situação de rua. A gente procurava algum parque, algum castelo abandonado, e já tinha até mesmo televisão, fogareiro… A assistência social é muito boa e o programa de redução de danos te oferece vale transporte e quase não existem albergue. O que existe são hotéis contratados pela assistente social. E ainda tem duas refeições por dia e leva duas refeições para a casa. Você janta, você topa uma sopa bastante saudável e leva um pão, um chocolate ou um suco. Isso em 1989, 1991. Mesmo sendo população de rua, a gente ainda consegue se prostituir e ter um dinheirinho. Mas no Brasil essas coisas são mais complicadas, apesar de Belo Horizonte ser uma das melhores cidades para as pessoas em situação de rua. O mineiro é muito acolhedor, é muito legal.

Qual cidade não é tão acolhedora à população de rua?
A maioria não é acolhedora quando você é uma travesti ou transexual. Mas eu passei fome há pouco tempo em Campo de Goytacazes, Rio de Janeiro, aonde cheguei sem dinheiro nenhum. O dinheiro que eu tinha eu paguei o taxi da rodoviária para a casa de apoio de lá. Mas eles disseram que não acolhiam pessoas de outro estado e me deram um vale transporte para voltar para a rodoviária. Chegando lá, eu procurei o albergue. E esse albergue era tão ruim que me obrigaram a dormir na ala masculina. Então, eu acabei indo dormir na rodoviária. Fiquei em Campos uns dois meses dormindo no terminal rodoviário, sem qualquer ajuda ou apoio.

Hoje em dia as travestis e mulheres transexuais em situação de rua podem ficar na ala feminina?
Ainda não. São Paulo é o único estado que conseguiu ter um albergue LGBT. Estamos iniciando agora e se fala que em Brasília tem uma casa para travestis e transexuais. Normalmente essa casa comporta umas 20 ou 30 travestis, mas na verdade podem ir 50, 60. Mas a minha experiência maior é em Belo Horizonte, onde eu moro, convivo e faço esse trabalho junto com a comunidade Amigos de Rua e no comitê de Monitoramento e Assessoramento da Pessoa em Situação de rua. Nós tivemos um Senso aqui em Belo Horizonte para a população de rua em 2012 e descobrimos que éramos quase 2000 pessoas em situação de rua, e as travestis e transexuais eram 0,8%. Umas 18 pessoas.

Esse público aumentou, mas para sermos acolhidas em uma república precisamos passar seis meses em um albergue para só depois disputar uma vaga dentro do perfil das repúblicas. Mas as travestis não poderão ser acolhidas em casas de mulheres, porque a única casa de mulher que nós temos em BH é esta daqui, Maria Maria, que hoje funciona com toda a sua capacidade. Não tem nem vaga para mulheres cisgêneras, quanto mais para travestis e transexuais. Eu fui a primeira transexual que está aqui.

Como você chegou nesta casa de acolhimento?
Vim pela Pastoral de Rua. Nós temos outra pessoa, que não sei se ela se apresenta como travesti ou transexual, mas ela também encaminhada pelo centro Pop de Belo Horizonte. Ela é casada e tem uma deficiência. O marido dela teve que se ausentar por alguns meses e o serviço de assistência social trouxe essa pessoa aqui até que o marido dela volte para que ela vá para o albergue de família, que fica ali na Pompéia. E ela espera ser contemplada pelo Minha casa, Minha Vida. Hoje, há duas famílias homoafetivas na Pompéia, eu na casa Maria Maria, mas serviço social e Comitê em Situação de Rua informaram em relatório que tinham arrumado solução para o público LGBT, pois já existiam dois equipamentos que acolhiam. Mas eu questiono: se temos 0,8%, cadê as outras pessoas?

O que você acha que a população em geral pensa sobre a população de rua e que não corresponde com a realidade?
Para a população em geral, a população de rua é marginal, é vagabunda, é preguiçosa, não quer trabalhar. Porque muitas vezes as pessoas aproximam da população de rua, não sendo população de rua, trazendo esse estigma para a gente de traficante, marginal. São pessoas que infiltram no nosso meio e acabam fazendo com que nós sejamos vistas como marginais ou pervertidas. Esquecem que existe na população de rua, assim como em qualquer outro local, filósofos, médicos, engenheiros, serventes de pedreiro, pedreiro. Mas a partir do momento em que você tem uma trajetória de rua, você não tem mais oportunidade no mercado de trabalho. Assim como uma pessoa que passou pelo sistema prisional não tem mais oportunidade também. É um país de heterocisnormativo, né? A partir do momento em que perguntam o seu endereço, e o seu endereço é de uma instituição, eles te descartam automaticamente.

O que levam uma pessoa a ficar nessa situação? Temos algumas histórias recorrentes?
O que leva uma pessoa a ter uma situação de rua é o vínculo familiar fragilizado ou rompido. Normalmente a maior parte é masculina porque socialmente quem cuida dos filhos é a mãe, as mulheres. Porque elas, apesar do sofrimento que tem, geralmente não abandonam o filho. Já o homem joga isso tudo para o alto e vai para a rua. Fica com vergonha porque não pode pagar a conta de luz, conta de água, sustentar a família, começa a usar álcool e pode começar a usar outras drogas e vai para a rua. E é difícil sair da rua, porque não há um trabalho de resgate de cidadania, não tem uma resposta, o estado não oferece nada que presta para a população de rua, nós não temos uma saúde integral para a população de rua. E é complicado, muito complicado.

Depois de tanta luta, por que você ainda insiste em ser militante?
Porque é isso que me mantém viva. Eu ocupo minha mente e sou feliz na militância. Quando eu não encontro nada para fazer na militância, é como se eu tivesse perdido todo o meu valor. A militância é um vício também, a gente nunca aposenta da militância. A partir do momento em que eu não posso militar de corpo, eu milito pelas redes sociais. Ou então a gente passa o bastão para outra pessoa. E hoje eu decidi que não vou fazer mais parte do GT de Cidadania Trans, mas eu tenho a minha suplente que vai ficar no meu lugar.

Fica complicado, porque as nossas reuniões atravessam o dia todo, e quando a gente mora numa instituição, a gente tem um horário para alimentação e, se a gente for comer fora, acaba gastando muito. E o Estado não pode pagar a diária de uma travesti ou transexual que trabalha? Eu fiz uma proposta para o coordenador da Diversidade de Belo Horizonte, que só volto a trabalhar no GT a partir do momento em que eles vieram me buscar em casa, me levar em casa e me pagar uma diária no dia da reunião. Estou esperando uma resposta.
Ou então estou preferindo hoje ficar com o município. Porque o Estado é muito grande, e se eu conseguir construir alguma coisa aqui no município de Belo Horizonte, isso já visibilidade para outras regiões. No contrário, eu fico na militância da população de rua , que também é muito prazerosa para mim.

Como você avalia a militância trans?
Ai, meu Deus, vão pedir a minha cabeça na bandeja (risos). Mas eu não posso criticar não, para ser sincera. Eu tenho que aceitar cada uma dentro do seu trabalho e somar com elas. Eu acho que não podemos criticar jamais, porque se nós chegamos aonde chegamos é por causa da militância, sim. Ninguém é perfeito, não existe curso ou faculdade para ser militante, como não tem faculdade para ser vereador, e eles fazem muito menos que nós militantes. Muitas vezes nós mesmas fazemos os serviços dos gestores. Então eu brinquei no início da resposta, mas eu não posso criticar não. Cada pessoa trabalha dentro daquilo que acredita e do que pode fazer. Nós somamos. Não estamos aqui para rachar. Se a gente for rachar, nós vamos perder neste atual momento político do Brasil.

Qual é o principal direito que as pessoas trans precisam ter hoje?
Saúde integral é fundamental, vendo realmente o que significa saúde integral do homem trans, da mulher trans, da travesti. Educação garantida, de qualidade e grátis. E moradia para a população trans em situação de rua, porque é uma população doente. É muito difícil você não ver uma trans que esteja na rua e que não esteja doente. Como uma pessoa pode ir para uma escola ou para um curso se ela não tem moradia, se exigem que essa pessoa esteja limpinha em sua higiene pessoal, se essa pessoa vai cuidar de sua higiene pessoal na rua? Você não vai cuidar da sua doença crônica se estiver na rua, né? E trabalho, trabalho. Precisamos dar trabalho para a população LGBT.

Qual é o conselho que você daria para a nova geração trans?
Que se cuide, se ame, se informe, que a vida é prazerosa, sobretudo se cuide da violência atual, da sua saúde. Não se hormonize por conta própria, não faça o uso do silicone industrial e, se fizer, faça com redução de danos, com responsabilidade. E que procure a trabalhar a questão de gênero dentro da família, pois o nosso ponto maior de apoio é na família. A partir do momento em que a gente tem apoio da família, a gente tem coragem de enfrentar a sociedade. Se a nossa família não nos apoia, é muito difícil encontrar alguém que nos apoie. E isso pode mudar tudo.

Se você pudesse convidar duas pessoas para passar uma tarde e tomar um café, quem seriam elas?
Eu convidaria a Jacqueline Brasil e o João Nery para passar um dia juntos, pois são pessoas que eu admiro. (Após o término da entrevista, Sissy enviou um recado pedindo para acrescentar o Neto e a cartunista Laerte Coutinho – “Gostaria de conhecer vocês melhor”).

Diante de toda essa trajetória, como você gostaria de ser lembrada?
Por bastante tempo, eu estive me apresentado como mulher transexual, porque eu acreditava que travesti pudesse ser veiculada diretamente à prostituição. Mas hoje eu tenho a consciência de que eu sempre fui travesti. Eu sou pioneira, pois quando começaram a falar sobre mulher transexual no Brasil eu já existia como travesti. E mesmo que eu tenha ido para a Europa e tenha tido a consciência que esse nome não enquadra dentro da identidade de gênero, mas como questão política e cultural do Brasil, eu sou uma mulher travesti. Aceito as que não querem ser mulheres travestis, que querem ser apenas travesti. Mas somos travestis, sim. Quero ser lembrada como uma mulher travesti: guerreira, da luta, sobrevivente, desbravadora.

Faria tudo de novo?
Se eu falasse isso, seria uma verdadeira ignorante. Eu mudaria algumas coisas que fiz, sim. Eu procuraria não usar o silicone industrial, pois apesar de ter me dado muito prazer, se eu tivesse essa consciência lá nos anos 80 eu não teria usado. Ou teria fugido das drogas. E talvez fugido da prostituição. Mas acho que tudo foi como deveria ser.

Você tem alguma aposentadoria?
Eu recebo o PBC, que é a Prestação de Benefício Continuado, porque nos anos 80 assim que descobrimos portadoras do vírus HIV/Aids éramos consideradas praticamente mortas e incapacitadas para o trabalho. A doença era vista como letal, uma sentença de morte. Então, sou aposentada por invalidez. Na ditadura militar, nós éramos presas por vadiagem, mas eu cheguei a ter um salão de beleza registrado e dizia que estava ali na esquina só por diversão, mas que tinha um trabalho. Então, pagava o sindicato dos cabeleireiros e pagava o INSS. Foi o que me sobrou de tudo o que eu não tive e que eu perdi – o meu apartamento, conquistas e minha juventude. Esse benefício é o que me dá um pouco mais de dignidade.

Tem algum sonho?
Tenho o sonho de ter uma casa para travestis e transexuais, ou LGBT. Para onde a gente possa viver como família, porque travestis juntas, LGBT em geral juntos, são mais felizes. Dão mais certo.

Tem alguma pergunta que você gostaria que eu fizesse e que eu não fiz?
Não, acho que falamos de tudo. Mas eu gostaria de te fazer uma pergunta: você é homem trans?

Sissy, você me chamou aqui para perguntar isso, né?
(risos). É que é muito diferente ver um gay (cis) falar tanto sobre mulheres transexuais, travestis… Mas não precisa responder, não, eu ainda vou descobrir.

Agradecimento especial a Sissy Kelly, que dividiu momentos de sua vida com todos nós, ao Lucas Ávila, que fez com que esse encontro acontecesse, e ao Paulo Bevilacqua, que acompanhou a entrevista e colaborou com a revisão.

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