In Gran Bretagna ha appena aperto la prima sezione all’interno di un carcere dedicata esclusivamente alle detenute transgender. Questa iniziativa nasce dall’esigenza di proteggere le detenute transessuali da altri detenuti. Questo soprattutto perché in Inghilterra si sono verificati numerosi incidenti. Il più famoso è quello che riguarda Tara Hudson, che è stata messa in una prigione maschile, dove ha detto di essere stata trattata “come una bestia allo zoo“.

E in Italia com’è la situazione? Da anni, si dibatte sulla questione se aprire o meno un carcere interamente dedicato alle persone transgender. Perchè un conto è aprire un carcere ad hoc, l’altro aprire sezioni dedicate. Per questo però possiamo essere orgogliosi perchè l’Italia è stata comunque pioniera rispetto ad altri Stati. Addirittura, nel 2010, ad Empoli, era stato finanziato il progetto per l’apertura di un carcere dedicato esclusivamente alle detenute transessuali. Questo però rimase solo un progetto perchè l’allora ministro della giustizia Angelino Alfano decise di bloccare l’iniziativa. Peccato perchè praticamente era già stato tutto predisposto.
Attualmente, nel Bel Paese, le transessuali sono soprattutto recluse negli istituti maschili e in reparti speciali separati per detenuti “a rischio” insieme ai collaboratori di giustizia e ai pedofili.

C’è da dire comunque che la questione è molto complicata. Questo perchè riguarda la criticità delle sezioni dedicate alle detenute trans che spesso rischiano di creare un isolamento, quindi una doppia pena. Dunque, è corretto affermare che il problema delle trans in carcere non è mai stato pienamente risolto. Lo stesso Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria poi non ha ancora individuato delle soluzioni univoche. Hanno infatti continuato a collocare le detenute trans a volte in reparti dedicati, a volte presso istituti femminili, altre maschili, fino alla collocazione presso le sezioni precauzionali.

Inutile sottolineare come la mancanza di una soluzione univoca abbia creato notevoli problemi. Questi sono dovuti alla difficoltà a far accedere le persone transessuali ai percorsi adeguati, alle attività di istituto e senza la predisposizione di un adeguato servizio sanitario in relazione alla specificità dei loro bisogni di salute.

Nell’ultimo rapporto del garante nazionale delle persone private della libertà si è toccato il tasto dolente e si può leggere: “una osservazione a parte riguarda le persone transessuali. Queste sono attualmente censite in 10 sezioni specifiche con 58 presenze, tutte collocate in Istituti maschili. Il Garante nazionale ha da tempo espresso l’opinione che sia più congruo ospitare tali sezioni specifiche in Istituti femminili. Questo per dare maggior rilevanza al genere, in quanto vissuto soggettivo, piuttosto che alla contingente situazione anatomica”.