E’ dura essere imprigionata in un corpo non tuo

E’ veramente dura essere biologicamente imprigionati in un corpo che non rispecchia il genere.
Sentirsi racchiusi per forza nelle categorie Maschio e Femmina, senza tenere conto che, al di là del sesso di nascita, prima di tutto, si è persone dalle mille sfaccettature e sentimenti diversi.
Chi intraprende il percorso di transizione del cambio di sesso non lo fa mai a cuore leggero: è una decisione accompagnata spesso da sofferenza, incertezze, paura del giudizio degli altri e di subire discriminazioni, sia nella vita sociale che sul lavoro.
Per sensibilizzare e informare i nostri lettori, abbiamo avuto un’emozionante conversazione a riguardo con una giovane ragazza trans, che chiameremo “C” (in quanto vuole rimanere anonima) che ha accettato di parlare con noi a proposito di come sta vivendo questo suo processo di trasformazione e delle pesanti difficoltà che purtroppo sta subendo.

Ciao C, innanzitutto, grazie per la tua disponiblità a parlare di un argomento così delicato.
Grazie a voi. Questo è un argomento molto difficile da affrontare per me per diversi motivi, caposaldo il fatto che non ho scelto io di essere così, ma mi ci sono purtroppo trovata dentro; difficile perché, di nuovo purtroppo, le persone con cui solitamente parlo non riescono a capire, e io non riesco a far loro capire il malessere della situazione di partenza. Non è un capriccio o una voglia di apparire, come dicono in molti.

Quando hai sentito che non ti identificavi nel corpo che avevi?
Fin da bambina. Io sono una MtF, ovvero nata maschio e diventata femmina e oltretutto sono lesbica. Però in realtà non sono nata maschio, ma sono nata con il corpo maschile, e basta, sta qui il problema. La disforia tra persona (F) e corpo (M) me la porto avanti di continuo.

Che ricordi hai della tua infanzia, come vivevi questa tua “diversità”?
Mi viene in mente la paura di rimanere incinta, la cura del mio corpo tendente al femminile (volevo i capelli lunghi, le unghie lunghe e colorate) e all’asilo giocavo sempre con le bambine. Crescendo poi, i disagi aumentavano: mi avevano iscritta a calcio e piangevo ogni volta che dovevo andarci, mi sentivo molto a disagio nello spogliatoio maschile. Mamma mia, era una delle cose peggiori, e peggiorava con il passare dell’età, con lo svilupparsi di un corpo che odiavo, del quale mi vergognavo, un disastro!

La consapevolezza di essere “imprigionata” in un corpo che sentivi non appartenerti deve essere stata terribile.
Si. Io parlo di questa cosa con il sorriso, ma dietro c’è tanto dolore, e il più grande è causato dalle persone e dalla società, malata e contagiosa. Il dolore più grande è doverlo dire, mettendosi in balia dell’ignoranza e della cattiveria altrui!
Se io non fossi così bella e non potessi contare sul fatto che passo per una ragazza normale, avrei paura ad uscire, avrei paura di farmi vedere in giro, paura del giudizio cattivo, e conosco persone che sono costrette ad una vita ai margini del mondo, in una sorta di prigionia auto inflitta come male minore. Vedere e conoscere queste realtà fa male, fa paura, ti fa pensare…correre il rischio di cambiare o continuare a stare male?

E tu hai corso il rischio. Quando hai deciso che era giunto il momento di cambiare corpo?
Ho aspettato i 18 anni ed ho cominciato il lungo percorso da sola. Infatti, purtroppo, per molti anni non ero a conoscenza che si potesse affrontare un percorso di rettificazione del genere maschile o femminile, man mano che prendevo consapevolezza di questo mi ritrovavo sempre più felice, c’era una cura.

Le persone intorno a te come hanno reagito?
Le persone intorno a me sono sempre state strane. All’inizio quando dicevo “ho iniziato questo percorso” ho visto tante amicizie false, forse solo perché ero interessante come persona da inserire nell’elenco delle conoscenze. In seguito, ho conosciuto una ragazza con la quale ho avuto una storia di 2 anni e verso la fine eravamo pure andate a convivere insieme, ma poi ho scoperto che lei andava in giro a vantarsi del fatto che io ero una persona transgender e mi sono sentita un oggetto. Me ne sono quindi andata, e ho ricominciato da sola, ormai esteticamente potevo come una bella ragazza normale e non mi si notava come “diversa”.

E la tua famiglia invece, ti ha sostenuta?
Non ho avuto una famiglia presente e attenta ai miei disagi sociali, con loro non riuscivo a parlare di questo, inoltre sono sempre stata molto timida e chiusa e non aiutava. Quando poi ho trovato il coraggio di parlarne, i miei genitori l’hanno presa ovviamente male all’inizio, ora però mi accettano senza problemi e sono molto felice di questo. Adesso ho anche un’amica che da un anno mi vuole bene, mi accompagna a tutte le visite e mi stima tantissimo come persona, è un forte aiuto morale e sociale e le voglio un sacco di bene!

Cosa ti ha dato maggior gioia nel tuo percorso di transizione?
Questo percorso lo vedo come una lunga scalinata, con scalini molto alti, però ogni scalino superato è una gioia immensa, come un gioco a livelli, per superare ogni livello ci sono sfide da superare.
A ripensarci ora mi viene ancora da piangere, sono partita da sola, senza nessuno che mi aiutasse e nell’ignoranza più totale di tutto ciò che mi aspettava, una pazzia insomma! Potrei scriverci un libro, sono stata la prima nel mio paese, ho dovuto lottare per aprire un percorso che non c’era, mi sono dovuta appoggiare ad un avvocato, tutto da sola, a 18 anni.

Dimmi, c’è qualcosa che non rifaresti, potendo tornare indietro?
Si, non aspetterei 18 anni per intraprendere il percorso, ho perso la mia infanzia e non la potrò riavere indietro.

Secondo te perchè le persone transgender sono viste con “diffidenza” dalla società?
Non escludo che ci siano delle persone transgender molto appariscenti, così come ci sono persone biologiche “normali”, che ormai di bio non hanno più nulla, perchè eccessivamente rifatte ed appariscenti, e che giusto per confermare il luogo comune rientrano tra le “sembra una trans!”.
Ma vi posso garantire che ci sono tantissime persone trans che potete averle davanti, parlarci insieme, conoscerle e frequentarle senza accorgervi che sono transgender.
Questo ve lo garantisco perché io stessa vivo una vita normalissima, facendo addirittura un lavoro dove sono a contatto con molte persone; ho una vita sociale ben radicata nel mio paese e le persone che sanno della mia storia sono veramente pochissime. Per questi motivi resto in anonimato.

C’è qualcosa che vorresti dire a conclusione di questa intervista, un tuo pensiero libero, un messaggio?
Si. Purtroppo ho conosciuto diverse persone trans che ora non ci sono più e che non hanno avuto la forza di affrontare il percorso. Quelle persone hanno fatto la scelta più semplice, e io non le condanno e non le critico per questo. Anch’io mi sono trovata davanti a quella scelta, e tante, tantissime volte ci ripenso: l’addormentarsi piangendo non è triste e sconfortante come lo svegliarsi piangendo. Tantissime volte vorrei tornare indietro e fare la scelta più facile…perché se sconfiggi un tumore sei un eroe, ma se superi la disforia di genere sei condannato. La parte peggiore è affrontare il giudizio delle altre persone e a loro voglio dire: vi prego, abbiate cuore e non discriminateci, perché le persone che oggi non ci sono più, avevano un cuore grandissimo.