Nell’india antica, chiamata Bharata, il fulcro della casa era il letto.
Nella valle del fiume Indo del II millennio a.C. la società era prevalentemente matriarcale ed era la donna che decideva i tempi del sesso.
La cultura tantrica affonda le sue radici qui, nelle città di Harappa e Mohenio-Daro, che oggi si trovano in Pakistan.
La sessualità era vissuta come strumento sacro e di piacere per la donna, come negli altri culti dedicati alla dea-madre, e non solo di procreazione, come nelle tradizioni patriarcali classiche.
Mentre nell’impero romano sbocciava il cristianesimo ed erano radicate sette pagane ed ebraiche più spirituali, in India nascevano le pratiche tantriche ispirate alle discipline estatiche dello yoga.
I rituali si innestarono sulle tradizioni religiose induista e buddista ed ebbero il maggior sviluppo tra il VII ed il XII secolo d.C., andando progressivamente in declino per le persecuzioni islamiche.

L’inaccettabile scandalo era dato dalla posizione primaria della donna, che non era più sottoposta all’uomo, ma condivideva il piacere sessuale in modo paritario.
L’amore di gruppo era una caratteristica di questi riti, che per questo motivo divennero di grande attrazione.
Per diventare adepti occorrevano riti di iniziazione, che potevano avvenire solo con la guida di un guru, “colui che disperde l’oscurità”.
La pratica si articolava in riti segreti, che avvenivano lontano dal villaggio o in abitazioni private.
Era praticato “il coito sacro”, che avveniva alla presenza del guru e che liberava dal peso dell’Io.
Il tantrismo ha sempre considerato il corpo come un mezzo per entrare in contatto con la dimensione spirituale.

L’erotismo poteva condurre alla procreazione ed al piacere, ma poteva essere una disciplina che induceva all’estasi.
Così facendo il rapporto sessuale diventava un’esperienza mistica, in cui il soddisfacimento maschile diventava marginale.
Nei rituali, alla donna era concesso avere più orgasmi, mentre l’uomo doveva ritardarlo il più possibile, attraverso il controllo del respiro e del tono muscolare.
Con questo esercizio vi erano yogi capaci di posticipare l’eiaculazione di 8/9 ore o impedirla completamente.

Questo può apparire una tortura, ma le ragioni religiose sono alquanto profonde: lo sperma conteneva la coscienza, mentre l’ovulo femminile la forza creativa; l’energia sessuale contenuta nello sperma non doveva essere dispera, ma unirsi alle emanazioni orgasmiche della donna.
Solo così si poteva trascendere la realtà vivendo l’esperienza mistica dell’unione delle due forze che simulava la creazione dell’universo.
A Khajuraho, nello stato indiano del Madhya Pradesh, vi sono complessi monumentali di templi, divenuti patrimonio dell’umanità, in cui centinaia di sculture rappresentano i riti collettivi tantrici, tra cui il sesso con animali.
Le sculture di Khajuraho sono uniche per vastità e qualità, perché altri templi tantrici vennero sistematicamente distrutti quando nel nord dell’india si imposero i mussulmani.

Oggi, il tantrismo è diventato sinonimo di “sesso spirituale” e ciò è profondamente sbagliato, anche se solo una piccola parte di questa dottrina richiama direttamente al sesso, molto spesso evocato in forma metaforica.
I rituali si suddividevano in due gruppi: quelli della “mano sinistra” e quelli della “mano destra”.
Il rituale della “mano sinistra” era il più estremo e praticava il coito in pubblico alla presenza del maestro.
Il rituale della “mano destra” era più spirituale e si conciliava con gli elementi tradizionali dell’induismo.
La casta degli Ksatriya, quella dei guerrieri, adottò il principio della doppia morale: privatamente aderiva alla dottrina; pubblicamente la sconfessava; praticavano il rituale delle cinque “M”: gli adepti del tantra della “mano sinistra”, o “tantra rosso”, bevono vino (madya), mangiano carne (mamsa), pesce (matsya) e un cereale afrodisiaco (mudra) e si uniscono sessualmente (maithuna).

Le unioni sessuali avevano tipologie fantasiose e combinazioni di gruppo, in cui il guru si univa alla moglie dell’adepto, oppure un uomo celebrava il rito con due donne: la propria collocata a destra e l’altra a sinistra.
I rituali più stravaganti erano i chakrapuja (adorazione in circolo o rito comunitario), che includevano il coito sacro e lo scambio di coppia.
In queste circostanze il pubblico si disponeva ad “U” per evitare di dare le spalle al seggio sacro della dea, in cui vi era un calice di vino consacrato.

Gli abbinamenti nel rapporto sessuale erano affidati al caso ed uno dei modi consisteva nel porre sull’altare un oggetto o un capo di abbigliamento della donna; il guru prendeva dal mucchio delle cose un oggetto e lo consegnava a ciascun partecipante maschio e quello era il segno che identificava la donna con cui si sarebbe unito.
Il guru guidava la celebrazione e vigilava perché non ci fossero complicazioni, che non emergessero i fantasmi psichici di ognuno di noi; il maestro aveva il ruolo di un moderno psicoterapeuta: allontanava ossessioni, ansie, nevrosi e gelosie destabilizzanti.
Il guru conduceva il risveglio della Kundalini, l’energia sopita dell’uomo, che la tradizione rappresenta come un serpente e che si identifica con la colonna vertebrale umana.

 

Il risveglio attivava le espressioni più evolute dell’uomo facendolo giungere alla comunione con il cosmo.
Questo culto, che professava il misticismo sessuale fu proibito e distrutto dal dominio mussulmano; si riprese solamente con l’arrivo del colonialismo occidentale, ma gli splendori della dottrina tantrica rimasero un ricordo tramandato attraverso testi sacri ed i templi che lo avevano celebrato.
Finalmente, nel novecento il richiamo del sesso mistico arrivò in occidente, dove timidamente e talvolta a sproposito ha trovato nuovi adepti.