Due realtà che da diversi decenni animano le notti di Bologna si rivolgono al Comune per un aiuto. Parliamo del Kinki, il primo locale gay italiano aperto 45 anni fa, e il Covo, attivo da 40 anni ma penalizzato dalla mancanza di spazi all’aperto.
Ai problemi già esistenti, si è unita la crisi causata dalla pandemia e così questi due locali storici si trovano, il primo all’asta e il secondo in grave difficoltà.

Salvateci’: l’appello dei locali LGBT+ di Bologna KinkiChiediamo al Comune di interessarsi alla vicenda che già da qualche anno sta riguardando il Kinki e gli spazi che lo ospitano. È stato il primo gay club italiano, un ritrovo storico frequentato da una clientela internazionale. Il successo infatti va oltre la nazione e dovrebbe essere tutelato soprattutto dal settore culturale cittadino.” Questo è l’appello di Micaela Zanni, che da tempo gestisce il marchio del leggendario locale notturno di via Zamboni, a due passi dalle Due Torri di Bologna. Nelle prossime settimane gli spazi occupati dal Kinki andranno all’asta. Il locale è sempre stato in affitto tra quei muri e attualmente potrebbe vantare un contratto fino al 2027. Problemi strutturali presentati negli ultimi anni e soprattutto la pandemia però hanno bloccato l’attività.

A vantare la proprietà degli spazi è una società immobiliare che per la quarta volta proverà a venderli al migliore offerente.Le altre aste sono sempre andate deserte” spiega Zanni. “Perché? Le prime avevano probabilmente cifre molto alte e inarrivabili anche per noi che saremmo potenzialmente interessati. C’è infatti da precisare che chi compra quei locali non acquista il Kinki perché questo è un marchio registrato. La base d’asta adesso è diventata più interessante ma è anche vero che la situazione dello stabile scoraggia i potenziali acquirenti”.

Continua poi spiegando che nel tempo, insieme ai suoi collaboratori, hanno sempre mantenuto in sicurezza il locale. E alla domanda: il Kinki potrebbe vivere anche altrove o diventare un format itinerante? L’imprenditrice della notte LGBT+ ha detto: “Sono riflessioni che ho fatto in questo lungo tempo. Credo però che per la storia e l’importanza avuta dal Kinki sarebbe doveroso salvaguardarlo. Per questo ci rivolgiamo al Comune e alle altre istituzioni interessate.

Per quanto riguarda il Covo invece, le porte sono chiuse dallo scorso 21 Febbraio 2020. L’ultimo concerto dal vivo infatti si è tenuto proprio in quella data in viale Zagabria A Bologna. “Purtroppo non abbiamo uno spazio estivo” ha spiegato Andrea James Colgan, uno dei soci dell’associazione Hovoc che gestisce il locale. “O meglio, avremmo potuto utilizzare il cortile qua sotto che è di proprietà del Comune, ma avremmo dovuto pensare con largo anticipo ad una programmazione. Questo senza alcuna garanzia che poi si sarebbe potuto realizzare il tutto.” Dietro infatti ai locali che propongono live come questo fiore all’occhiello della musica indie internazionale, ci sono mesi di lavorazione e programmazione con agenzie, permessi, organizzazioni logistiche e molto altro.

E così il Covo si rivolge al Comune con una proposta ispirata a quella che è stata attuata in Germania. Qui infatti il Governo ha proposto agli operatori culturali di procedere con la programmazione per l’autunno 2021, garantendo un rimborso delle spese sostenute nel caso si prolungasse la pandemia e quindi l’impossibilità di aprire. “al momento si parla di fine 2021, inizio 2022 ma la verità è che non abbiamo alcuna certezza di quando finalmente si potrà ritornare a fare concerti. Da palazzo d’Accursio è arrivato un aiuto concreto nella rimodulazione delle rate e dei tempi del piano di rientro di affitti passati, coperte, insieme alle utenze mensili. Questo anche grazie ai ‘ristori’ del ministero dei Beni culturali.” spiega Colgan.

E così, evitando una raccolta fondi, il Covo ha attuato la vendita online di magliette e borsine di tela con il loro logo.È stato un modo carino per mettere da parte qualche fondo da investire nella riapertura. Volevamo anche lasciare un gadget ai nostri frequentatori per fargli ricordare di noi. I fondi raccolti sono stati tutti riversati nella messa in sicurezza del locale” continua Colgan. “Abbiamo tenuto da parte qualcosa per essere sicuri di poter pagare fornitori e gruppi quando finalmente riapriremo.”

Non ci resta che fare un grande ‘in bocca al lupo’ a tutti e speriamo di poter andare presto in questi storici locali LGBT+ di Bologna!

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