Riportiamo di seguito il bellissimo articolo pubblicato su Gay.it, in memoria di Matthew Shepard, un ragazzo americano che aveva solo 21 anni, quando venne rapinato, picchiato e torturato da due ragazzi coetanei. Il movente era chiaro: omofobia.

Matthew Shepard è nato il 1 dicembre 1976 a Casper, nel Wyoming. Il 7 ottobre 1998 conosce in un bar di Laramie due ragazzi, ai quali chiede un passaggio. Ma non avrebbe mai più rivisto la sua casa e i suoi familiari. Muore il 12 ottobre 1998 in un letto d’ospedale nel reparto di rianimazione, a causa delle ferite riportate dall’aggressione per opera dei due omofobi. Aveva 21 anni.

A 20 anni dalla sua morte, il ricordo di Matthew Shepard è ancora vivo nella mente dei suoi genitori e di coloro che hanno seguito la storia. E’ vivo nella storia della cultura LGBT+ americana. Matthew aveva una grave ferita alla testa, riferirono i medici quando lo soccorsero, che andava dalla nuca fino all’orecchio destro. Un danno celebrale che impediva al corpo di regolare il battito, la respirazione e la temperatura corporea. Dozzine di lesioni erano poi sparse in tutto il corpo, in particolare sul collo, sul volto e alla testa. Il suo viso era totalmente ricoperto di sangue, ma questo non bastò. I due aggressori lo legarono a un palo, e lo lasciarono lì, ancora vivo.

Dopo 18 ore, un ciclista lo notò per caso e chiamò i soccorsi. I medici non poterono far altro che ricoveralo in rianimazione, ma operarlo era fuori discussione. Non sarebbe servito.
Alle 00:53 del 12 ottobre, il suo cuore smise di battere. Si trovava all’ospedale Poudre Valley a Fort Collins, in Colorado.
La polizia, nel giro di poche settimane, arrestò i due responsabili: Aaron James McKinney e Russell Arthur Henderson.
Gli agenti, durante una perquisizione, trovarono la carta di credito e le scarpe di Matthew, oltre a un’arma con tracce del sangue del ragazzo. Nel processo, i legali dei due assassini cercarono di utilizzare la carta del panico gay, dettato da delle avances di Shepard nei loro confronti. Il panico gay è un’arma che solitamente usa la difesa, che prevede di attribuire agli accusati una temporanea infermità mentale e contemporaneamente colpevolizzare la vittima. Non ha mai funzionato. Nemmeno in questo caso.

McKinney e Henderson vennero dichiarati colpevoli e la pena fu esemplare: 2 ergastoli per ognuno. Niente possibilità di uscita per buona condotta. La famiglia Shepard si oppose quando si iniziò a parlare di pena di morte.
“Stiamo offrendo la sua vita in memoria di uno che non vive più” avevano affermato i genitori, Judy e Dennis.

La storia di Matthew e il processo fecero presto il giro di tutto il Paese, scatenando le reazioni delle associazioni LGBT+ da una parte, e quelle contrarie alla pena per i due aggressori, dall’altra.
In particolare, il pastore Fred Phelps, della Chiesa Battista, si puntò a sostenere i due ragazzi. Cartelli e slogan omofobi durante i funerali e davanti al tribunale, di una cattiveria fuori ogni limite.
Il giudice, naturalmente, non prese in considerazione il gruppo e confermò la pena. Da parte della politica, il caso attirò anche l’attenzione dell’allora presidente Bill Clinton. L’inquilino della Casa Bianca tentò in quell’occasione (era il 1999) di estendere i reati per discriminazione sessuale in tutto lo Stato, ma i repubblicani riuscirono a bloccarlo. Ci riuscì 10 anni dopo Barack Obama nel 2009.

Riposa in pace Matthew Shepard!

In ricordo di Matthew Shepard