Sappiamo che Pompei fu distrutta da una eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.; di questa città sappiamo moltissime altre cose poco ricordate, legate ai costumi più intimi dei suoi abitanti.
Al momento dell’eruzione Pompei contava circa 10mila abitanti e quasi tutti fuggirono nelle prime ore del cataclisma, che durò quasi due giorni.


Come vestivano le donne ed i luoghi di piacere sono le curiosità che sveliamo oggi.
Il senso del pudore romano impediva alle matrone di uscire a capo scoperto.
La testa era avvolta da un lembo di mantello, chiamato palla, portato sopra la stola.
Una cintura detta cingulum fermava la stola in vita e serviva per creare uno sbuffo con la veste stessa.

Sopra la tunica exterior, l’abbigliamento prevedeva la stola, lunga fino ai piedi e tratto distintivo, in fatto di moda, della matrona romana.
Fuori di casa, nessuna parte del corpo doveva risultare scoperta, neppure le caviglie.
Le acconciature erano semplici, con scriminatura centrale dei capelli raccolti in una crocchia, nodus.
Alcune avevano il vezzo di esibire un riccio sulla fronte.
Come indumenti intimi le donne indossavano una fascia di stoffa o di morbida pelle a sostegno del seno, mammillare o fascia pectoralis, e un panno ai fianchi, simile a mutande, seminali.
Le donne romane di una certa distinzione, indossavano sulla pelle una tunica intima, chiamata subucula, lunga fino ai piedi.
Poteva essere di lana o di lino e in genere era senza maniche.
Gli anelli erano molto in voga: li realizzavano gli anularii.

Al fidanzamento, detto sponsalia, le donne ricevevano l’anulus pronubus da portatare al penultimo dito della mano sinistra, detto perciò anularis.
A Pompei è stato identificato un solo lupanare (luogo dove si esercitava la prostituzione), con 5 piccole stanze, chiamate cubicula, al piano terreno; in città c’erano però almeno nove cellae meretriciae, annesse a case, taverne o negozi.


Le stanzette del lupanare di Pompei erano affrescate con soggetti erotici.
La prostituta ed il cliente giacevano su di un elegante letto in legno.
Nei bordelli solitamente i letti erano in muratura: ampi, comodi ed addossati alle pareti.
Spesso le prostitute tingevano i capelli di rosso, oppure indossavano parrucche rosse.
Per questo tra loro era molto diffuso il soprannome Rufa (rossa), così “rossa” era sinonimo di puttana.
Non indossavano la stola, ma solo tuniche.

Le prostitute erano chiamate lupae (lupa), ma anche meretrices (dal latino merere, guadagnare).
Sotto i ponti c’erano fornicatrices (dal latino fornix, arco); per strada ambulatrices, passeggiatrici; di notte le noctilucae, le lucciole.
Da qui la leggenda, attraverso la traslitterazione dal latino all’italiano, che Romolo e Remo, i gemelli fondatori di Roma, fossero stati allevati, alla morte della madre, da una lupa.
In realtà, la lupa che li allevò era proprio la madre, una lupae, ovvero una prostituta.
Quindi, la nobiltà delle origini romane naufraga clamorosamente all’esame della storia linguistica: Romolo e Remo erano semplicemente … “figli di puttana” (sic !).

La prostituta era considerata utile per l’ordine morale.
L’amore a pagamento distoglieva gli uomini dall’attentare alle virtù di donne sposate già sposate.
I prezzi erano molto variabili. La tariffa più bassa era di due assi (la paga giornaliera di un militare era di 10 assi).
Se consideriamo che oggi il mensile di un militare semplice è di circa 1.200 euro, cioè 40 euro al giorno, dobbiamo desumere che l’equivalente odierno di quella prestazione sarebbe di 8 euro.
Il prezzo più alto di cui si è trovata notizia era di 16 assi, l’equivalente odierno di 64 euro.