Il Parlamento egiziano dichiara per la prima volta le relazioni e gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso come “atti criminali”.

Non c’è fine al calpestamento dei diritti umani che si sta perpetrando in Egitto. Nella meravigliosa terra del Nilo e delle piramidi, da una quindicina di anni, prima sotto il regime di Mubarack e dal 2014 di Abd al-Fattah al-Sisi, si è instaurato un vero e proprio clima di terrore. Nello specifico, la proposta di legge di questi giorni, voluta da oltre 60 membri del Parlamento egiziano, definisce per la prima volta l’omosessualità come reato e predispone pene più severe, da 5 a 15 anni di reclusione, per tutte le persone che si riconoscono nel movimento LGBT. Addirittura, il conduttore tv Ahmed Moussa ha definito l’omosessualità come un crimine pari al terrorismo.
Non se la passano certo meglio le persone transessuali, che, secondo quanto scritto in un articolo della nuova proposta di legge “sono libere di camminare per la strada solo se il loro aspetto è assolutamente conforme a quello scelto, ma qualora i loro tratti fisici dovessero solamente indurre sospetti sulla loro sessualità alla nascita verrebbero immediatamente fermate ed arrestate con l’accusa di prostituzione”.
Nella proposta, si vieta anche la promozione pubblicitaria, le associazioni ed i partiti lgbt, qualsiasi simbolo e la diffusione di materiale audio e video sui social media, pena tre anni di reclusione.
Nel frattempo, Amnesty International, l’organizzazione per i diritti umani, ha iniziato una campagna mediatica per denunciare quanto sta accadendo in Egitto ed è in contatto con altri governi, tra cui l’Italia, affinchè facciano pressione sulle auorità egiziane per porre fine a questa situazione.
Il popolo egiziano intanto non reagisce: essendo a maggioranza di religione musulmana, preferisce chiudersi in un assordante silenzio e preferisce assistere in silenzio alle persecuzioni ai danni di gay e trans.