Abbiamo voluto rievocare il titolo del noto racconto di Silvio Pellico, per poi negarlo, perché ciò che il mondo trans subisce all’ interno del sistema carcerario non è comune alla generalità dei detenuti.
Vladimir Luxuria, durante la sua esperienza parlamentare , visitò diversi carceri, in particolare quelli con apposite sezioni per transessuali e su di essi dichiarò:
“Nella maggior parte dei casi, scontano una doppia punizione: quella per il reato commesso e quella per il fatto di essere trans”.
In anni passati venne pubblicata una lettera di una detenuta trans che diceva:
“Sono dovuta scendere ancora più in basso di quando facevo la puttana. La diversità che ti porti appresso è amplificata”.
Pare veramente che le transessuali in carcere abbiano tante limitazioni e pochi diritti;  quando mancano le celle per loro vengono mandate in isolamento, perché questo rimane l’unico modo, benché disumano, per preservarne l’incolumità.
Il contesto di cui stiamo parlando è quello del mondo carcerario italiano, che sulle basi di dati Istat risalenti all’ inizio del 2014 (i più recenti di cui disponiamo), con 62.500 detenuti a fronte di una capienza fissata in circa 48.000 posti, dimostra di avere un forte tasso di sovraffollamento, anche se esso pare in rapida diminuzione,  grazie ad un decisivo intervento UE.
Inoltre, permane una forte carenza di personale ed una inadeguatezza delle strutture immobiliari.


Le persone che entrano in carcere ogni anno sono diminuite del 30% rispetto agli anni 2000; il 61,5% dei detenuti ha una condanna definitiva ed il 36,6% è in attesa di un giudizio definitivo, mentre l’1,9% è sottoposto a misure di custodia cautelare.
I reati più diffusi sono quelli che riguardano la normativa sugli stupefacenti (il 39%), anche se in realtà sono furto e rapina (il 51%), che risultano inferiori solo perché scorporati (rapina il 29% e furto il 22%).
L’aspetto più clamoroso è che i detenuti di sesso maschile sono quasi il 96% e conseguentemente le detenute di sesso femminile superano di poco il 4%; le Trans detenute sono circa un centinaio.

I detenuti nati in Italia sono il 64% e gli stranieri il 36% (prevalentemente nord-africani); le Trans detenute sono per il 90% straniere.
La stragrande maggioranza della popolazione carceraria ha meno di 40 anni; una quota minoritaria ha più di 50 anni ed appena il 6% supera i 60 anni.

In questo quadro si inserisce l’intervento dell’Associazione Consultorio TRANSgenere di Torre del Lago, presieduto da Regina Satariano, che ha in attività il Progetto Pilota UNAR per il miglioramento della condizione delle detenute trans nelle carceri italiane.
Il progetto ha preso avvio nel 2015 con l’ausilio di due psicologi psicoterapeuti dell’Associazione, Massimo Lavaggi e Chiara Dalle Luche.


L’attività è iniziata con un primo incontro con le detenute transgender della Casa Circondariale di Sollicciano (Fi), a cui è stato proposto un questionario di ricerca del progetto.


Successivamente è partita l’attività degli sportelli con le detenute trans previsti dal progetto, a cui ha sempre partecipato la presidentessa dell’Associazione, Regina Satariano, e la mediatrice culturale Nadira Queiroz, che ha rotto il ghiaccio con molte ragazze parlando nella madrelingua portoghese.
In concomitanza con le attività di sportello si sono tenuti importanti incontri con i rappresentanti dell’amministrazione e del personale penitenziario, per confrontarsi sulle criticità emerse dalla compilazione dei questionari e dai rilievi pervenuti dagli sportelli di ascolto.
Anche la Direzione  Sanitaria della Casa Circondariale ha partecipato al confronto  e l’occasione è risultata proficua e significativa per trattare sulle problematiche delle detenute transgender all’interno del carcere di Sollicciano.
Dai colloqui effettuati con le detenute trans sono emerse queste criticità:

  1. Modalità relazionali sbagliate da parte del personale penitenziario;
  2. Tempi lunghi di attesa per visite mediche necessarie alla somministrazione della terapia ormonale;
  3. Modalità di somministrazione delle terapie ormonali non soddisfacenti;
  4. Presenza nella sezione transessuale di detenuti non propriamente transgender;
  5. Problemi medici di vario tipo con assistenza insufficiente, come il dentista;
  6. Difficoltà ad avere accesso ai colloqui con altri detenuti in carcere;
  7. Provocazioni da parte degli assistenti e relativi episodi di insubordinazione;
  8. Esclusione da talune attività, quali: palestra, teatro, musica, volontariato, biblioteca;
  9. Richiesta fornitura materiale didattico;
  10. Difficoltà a parlare con alcuni educatori per talune detenute;
  11. Difficoltà a contattare persone fuori dal carcere, che genera autolesionismo per attirare l’attenzione e richiamare sul problema;
  12. Problematiche sulla possibilità di trovare lavoro dopo l’uscita dal carcere e problematiche nell’accesso alle borse lavoro.

L’Associazione ha realizzato due sessioni sulle tematiche dell’identità di genere a cui hanno partecipato circa 60 persone che lavorano nel carcere a vario titolo.
Si è trattato di un’occasione importantissima perché ha fornito al personale penitenziario un arricchimento su di una tematica assolutamente necessaria al loro ruolo.
La presidentessa dell’Associazione, Regina Satariano, si è dichiarata soddisfatta per il lavoro svolto perché è stata riscontrata una buona partecipazione da parte delle detenute ed un ottimo indirizzo per cercare di migliorare il rapporto con il personale penitenziario.
Inoltre, Regina Satariano, raggiunta da noi telefonicamente, ci ha confermato che i rapporti con i dirigenti carcerari che hanno seguito i lavori, Dott.sse Stefanelli e Palmucci, sono stati ottimi, creando le premesse di una collaborazione futura, oltre la scadenza del progetto.


Anche i professionisti sanitari all’interno del carcere (medici, endocrinologi, psichiatri) hanno risposto con entusiasmo alle tematiche del mondo trans, ponendo l’obiettivo di favorire la loro collaborazione con l’Azienda Ospedaliera Universitaria di Careggi (Fi).
Concludiamo ricordando che le persone transessuali recluse in Italia sono sparse in dieci diverse strutture e la materia sanitaria è di competenza regionale; solo Toscana ed Emilia Romagna hanno firmato dei protocolli di intesa ministeriali dando vita a dei piccoli casi isolati di tutela per le persone transessuali.