La parola Bibbia, dal greco antico, significa “Libri”; il suo testo ha una infinità di traduzioni ed interpretazioni, ma particolarmente si distingue la diversità tra la Bibbia Ebraica e quella Cristiana.
La Bibbia Cristiana include più libri di quella Ebraica, per cui si distingue in Nuovo ( I Vangeli sulla vita di Cristo e le Lettere degli Apostoli) e Vecchio Testamento.
La parola testamento significa patto, quindi la Bibbia Cristiana ci narra della Vecchia e Nuova Alleanza tra l’uomo e Dio; la Vecchia con la sola tribù di Israele; la Nuova con l’umanità intera.

 

La Bibbia è colma di storie erotiche, molte delle quali sarebbero oggi perseguite a norma di Legge.
Sono racconti spesso edulcorati da traduzioni infedeli, per renderle compatibili alla morale che si è voluta instaurare, e comunque sono poco divulgati perché imbarazzanti.
Basta ricordare le molestie sessuali di due vecchi a Susanna, episodio che ispirò gli artisti fin dal medioevo; oppure la violenza sessuale incestuosa fatta a Tamar dal fratellastro Amnon, che fu poi ucciso da Absalom, il fratello di lei; la seduzione di Ruth verso Boaz, dove sarà lei a sedurre lui infilandosi nel suo letto.
Ed ancora, le molestie della moglie di Putifarre, comandante delle guardie del faraone, verso Giuseppe, che il marito aveva acquistato come schiavo; oppure l’incesto delle figlie di Lot con il padre; la prostituzione di Tamar con il patriarca Giuda, attraverso un espediente, per cui la donna si presentò velata e l’uomo non riconobbe in lei la moglie del figlio, da qui il detto “Occhio non vede, cuore non duole”.

Il racconto più erotico della Bibbia è certamente il Cantico dei cantici, attribuito a re Salomone e scritto attorno al IV° secolo a.C., in cui si racconta la passione tra un uomo e la sua amante.
Per la interpretazione ebraica il racconto sarebbe una metafora, perché l’uomo rappresenta Dio e la donna Israele, così altro non sarebbe che l’unione di Jahvè e il suo popolo.
Qui è importantissima la traduzione, da cui si genera l’interpretazione, perché con la lettura letterale delle parole il testo è esplicitamente erotico, diversamente può assumere una veste mistica.
Questo breve esempio, rende bene l’idea.

“Dolce è il tuo frutto nella mia bocca./Portami nella cantina./Piantami il tuo stendardo amore”.
Qui lo stendardo rappresenterebbe il fallo, che l’interpretazione della Chiesa trasforma in simbolo dell’amore mistico, traducendo la frase così: “Dolce è il suo frutto al mio palato./Mi ha introdotto nella cella del vino / e il suo vessillo su di me è amore”.
Anche il letterale “Dolce è il tuo frutto nella mia bocca”, richiama realisticamente ad un rapporto orale, terminato il quale la donna chiede la penetrazione con le frasi successive.
L’atteggiamento di Gesù su usi e costumi del suo tempo fu spregiudicato e trasgressivo, perché era spesso in contrasto con le leggi giudaiche.

In materia di sesso descrivere la posizione di Gesù è molto difficile, perché se ne interessa pochissimo; infatti, nel Nuovo Testamento, su circa 300 indicazioni comportamentali solo 3 sono riconducibili ad indicazioni sul sesso.
La sua attenzione era rivolta alla fede ed alla venuta del regno dei cieli, quindi i primi cristiani credevano che la fine del mondo fosse imminente e per questo Gesù ha un atteggiamento di libertà in materia di sesso, non entrando nel merito del giudizio.
Esplicativo è l’episodio dell’adultera: Gesù non prende una posizione sulla legge, che prevedeva la lapidazione, ma lancia una sfida “chi è senza peccato lanci la prima pietra”, in modo che la donna rimanga senza accusatori; un modo abile di annullare l’ostacolo aggirandolo.
I Vangeli apocrifi, quelli che nel tempo la Chiesa ha escluso, sono narrate effusioni e rapporti amorosi tra Gesù e Maria Maddalena ed allora i teologi ufficiali hanno stabilito che questo linguaggio erotico risponde a esigenze interpretative proprie di scuole estranee alla realtà dei fatti.

Quegli episodi narrati sarebbero da interpretare in modo allegorico, come simboli.
E’ come se due bugiardi si scambiassero l’accusa di menzogna, chi dice la verità ?
In realtà, i precetti sui peccati sessuali entrarono nella dottrina cristiana dopo la scrittura dei Vangeli, perché il tempo passava e la fine del mondo non arrivava, così occorreva regolamentare la vita dei vivi in questo mondo; fu solo allora che presero forma le norme che i cristiani erano tenuti a seguire.
L’inganno si cela nella parola che può dire due cose autenticamente diverse, dunque Maria, la madre di Gesù, era vergine o semplicemente solo giovane?
Nella versione greca del Vangelo di Matteo, Maria è definita “parthènos”, che significa sia “vergine”, sia “giovane donna” ed è quest’ultima la più probabile e ragionevole traduzione della parola.
Quest’ultima traduzione non contrasta con l’intento degli evangelisti di dare una prova della potenza di Dio, perché loro volevano sottolineare che Maria era troppo giovane ( oggi sarebbe pedofilia) per il parto e la sua gravidanza era un evento eccezionale.
Come fu eccezionale il caso di Sara, moglie di Abramo (suo fratellastro e qui troviamo un altro incesto benedetto), che ebbe il suo primo figlio a 90 anni, grazie all’intervento di Dio.

La verginità fisica di Maria divenne tale e perpetua solo dopo il secondo Concilio di Costantinopoli nel 553 d.C., a seguito di lotte interne tra correnti della Chiesa.
La verginità era un valore aggiunto anche nella cultura classica sostenuta dal filosofo Platone, basti ricordare le vergini vestali che accudivano il fuoco perenne, ma anche la mitologia greca esalta la verginità come simbolo di forza interiore, di cui la dea Atena o Minerva e Artemide, o Diana, erano portatrici.
Minerva ebbe un figlio ed anch’ella rimase vergine perché fu concepito con il dio Efesto, non a seguito di un coito, ma di una eiaculazione su di una sua gamba; la dea si ripulì con una tela di lana che abbandonò a terra ed il grembo di Gea (madre terra) portò a termine la gestazione.
Il bimbo che nacque fu chiamato Erittonio e dea lo allevò in gran segreto e lo rese immortale.