Le coppie famose

Vittorio Emanuele di Savoia, Duca di Savoia, Principe di Piemonte e Duca di Genova, Re d’Italia con il nome di Vittorio Emanuele II, nasce a Torino il 14 marzo 1820. Era figlio di Carlo Alberto, Re di Sardegna, e di Maria Teresa di Toscana.

Rosa Vercellana, detta “Bela Rosin”, nasce a Nizza Marittima l’11 giugno 1833, figlia di un modesto militare e di una popolana piemontese.
Insieme formano una coppia astrologica GEMELLI/PESCI.

Vittorio Emanuele veniva così descritto: “La pinguedine lo fa apparire sgraziato, specialmente quando non è in uniforme. Porta il capo eretto; ha lineamenti tutt’altro che regolari, ma la sua fisionomia si fa ugualmente notare: lunghissimi baffi, occhi azzurri e un po’ sporgenti, il naso all’insù danno al suo viso un carattere singolare di audacia e di risolutezza”.
Per capire il carattere e la personalità di Vittorio Emanuele, basta citare una sua frase rivolta all’imperatrice dei francesi Eugenia, con cui disse che:” gli si era aperto davanti agli occhi un cielo azzurro, perché le donne (a Parigi) non portano le mutande”. Ed ancora, la regina Vittoria d’Inghilterra scrisse di lui: “i limiti generati dalla scarsa cultura, dal pessimo ambiente che si è trovato a frequentare e dal basso livello della moralità italiana … ne fanno un fanfarone, rozzo, mal vestito, mal lavato, puzzolente di sigaro e tanto goffo da pestarmi i piedi mentre balliamo”.

Ebbe frotte di figli, almeno 16, di cui 8 dalla regina Maria Adelaide che morì a soli 33 anni; due da Rosa Vercellana; uno da Laura Boni, tant’è che Massimo d’Azeglio pronunciò la celebre frase: “Altro che padre della Patria, questo re sarà ricordato come il padre degli italiani”.
Vittorio Emanuele come amanti preferì sempre le ragazzotte, poco più che bambinelle, del popolo e le sue alcove preferite erano i pagliai.
Rosa Vercellana era una donna giunonica, dai lineamenti grossolani e dallo sguardo fiero; incantava con i suoi occhi maliardi, l’incanto delle sue gote, la spontaneità del sorriso e la comunicativa del parlare, sempre in vernacolo; lei era analfabeta, come il 90% delle persone dell’epoca.
Vittorio Emanuele e la Bela Rosin si sono conosciuti per caso, mentre lui, vestito da cacciatore(la caccia era l’altra passione della sua vita dopo quella per le donne), passava davanti alla umile casa del sovraintendente di una delle sue riserve, vicino a Racconigi.
Il futuro re aveva solo 27 anni, ma era già sposato e padre di 4 figli, mentre lei aveva appena 14 anni.

Colpito dalla giovanissima fanciulla si fermò a parlare e le promise che il giorno successivo una carrozza sarebbe passata a prenderla.
Così fu ed il padre non vedendola rientrare , ne denunciò la scomparsa ai Carabinieri che, sentita la descrizione dell’accaduto, pensarono subito al principe e decisero di non intervenire, anche se rapire una ragazza così giovane era un reato molto grave anche allora.
In seguito, quando Rosa scrisse al padre pregandolo di scusarla e Vittorio allegò alla lettera una consistente somma di denaro, come era solito fare in quei casi, l’uomo, un militare che aveva combattuto con Napoleone, rispose sdegnosamente: “Si è preso mia figlia? Ora se la tenga!”.
Vittorio la tenne e quella che sembrava una delle tante avventure divenne il rapporto più duraturo e sincero della sua vita.
La coppia ebbe subito una figlia, Vittoria, e qualche tempo dopo un figlio, Emanuele: nei cui nomi era impresso quello del padre reale.
Vittorio, quando era da Rosina, si metteva a suo agio; indossava gli abiti più comodi, calzava le pantofole ed assaporava i tipici piatti piemontesi che lei sapeva cucinare con ineguagliabile maestria.
Le sue specialità gastronomiche erano la “bagna caoda”, il coniglio e i “tajarin” con tartufi, le uova sode con maionese ed insalata.
Il loro rapporto era basato sugli appetiti più elementari e forse, proprio per questo, durò una vita.
La loro relazione dava fastidio alla corte e Cavour, l’onnipotente Primo Ministro, temendo un matrimonio morganatico (quindi senza diritti per la moglie che non diventava regina e per i figli che non potevano avanzare pretese al trono) fece preparare un rapporto alla polizia su falsi amanti di Rosina e lo fece recapitare al re.

Vittorio Emanuele capì il tranello di chi lo voleva, dopo la vedovanza, sposato ad una testa coronata e non ad una popolana; convocò Cavour per dirgli che anche lui era stato ingannato da un falso rapporto.
All’incontro era presente Rosina che disse al Primo Ministro:”Cavour, lei che è così grande nella politica, come ha pensato di poter dividere due persone che si amano tanto?”.
Il giorno delle nozze arrivò qualche anno dopo ed in circostanze rocambolesche, intanto la popolana Rosina era diventata la contessa di Mirafiori e Fontanafredda.
A seguito dei movimenti determinati dall’unità d’Italia, la corte si era trasferita da Torino a Firenze e Vittorio Emanuele andò in punto di morte per un attacco di malaria.
Il vescovo chiamato per impartirgli l’estrema unzione, prima di somministrargli il sacramento chiese al re di rinunciare ad ogni atto contro lo Stato della Chiesa, che lui avrebbe voluto annettere all’Italia.

Per prima cosa, Vittorio gli chiese di celebrare il matrimonio con Rosina, poi rifiutò di rinunciare agli atti contro la Chiesa ed allora il prelato gli negò il sacramento dell’estrema unzione.
Fu a questo punto, che secondo la leggenda, Rosina mise mano ad una pistola gridando verso il vescovo:”O date l’assoluzione al re, o vi ammazzo!”, il quale naturalmente dispensò il sacramento.
L’episodio, forse non vero, è però emblematico della forte personalità della donna, che non si lasciò mai calpestare da alcuno e seppe risolvere ogni problema, liberandosi sempre anche delle tante pericolose rivali.
Rosina Vercellana sistemò i figli ed i numerosi parenti, creando una corte di fedelissimi attorno al re, ma inimicandosi definitivamente la famiglia di lui e l’aristocrazia sabauda.
Gli ultimi anni della coppia reale furono sereni e li passarono a Roma, divenuta capitale d’Italia, sottratta al Papa ed alla Chiesa anche grazie al furioso intervento di Rosina.
Vittorio Emanuele II morì il 9 gennaio 1878, probabilmente per una polmonite che non gli lasciò scampo e che lo aveva colpito dopo una notte fredda ed umida, trascorsa all’aperto per una battuta di caccia.
Accanto a lui c’era il figlio Umberto, futuro re d’Italia, ma all’ultimo momento furono fatti entrare anche Vittoria ed Emanuele, avuti da Rosina, che invece non fu ammessa.
La salma di Vittorio Emanuele fu tumulata al Pantheon di Roma e Rosina non gradita dalla famiglia reale si trasferì a Pisa, dove morì a 52 anni, nel 1885, di leucemia.
La famiglia reale non volle che lei fosse sepolta insieme al marito Vittorio, allora i figli fecero costruire a Mirafiori, appositamente, una copia del Pantheon e la tumularono vicino a quei torinesi che tanto la amarono.

Certamente, il popolo vide in Rosina la rivincita degli umili sui potenti, perché da povera ragazzotta analfabeta, di strada ne aveva veramente fatta tanta, grazie alla forza dell’amore e dell’eros.
Non è una fiaba, ma storia realmente accaduta!

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