Nei giorni finali di Maggio 2022, si è svolto il I Torneo Internazionale di Basket, celebrato a Milano, grazie all’iniziativa e organizzazione di tante persone che hanno dato vita a questa competizione sportiva.

E’ così che abbiamo potuto vedere un’altra volta a Joseph Naklè, il capitano della squadra Peacox Basket di Milano, nata e conosciuta come la prima squadra di pallacanestro LGBTQI+.

Per Joseph Naklè la sua squadra ci tiene molto al rispetto, la tolleranza, l’inclusione e la preparazione di grandi atleti che possano rendersi più esperti nella pallacanestro e molto più liberi essendo loro stessi, senza nessun tipo di paura nel contro di quelli che praticano il bullismo e l’omofobia.

In una meravigliosa conversazione con lui, abbiamo potuto individuare degli argomenti interessanti appunto per donare un messaggio positivo alla società e sopratutto alla comunità sportiva.

Per i nostri cari lettori di Il Piccole Magazine, dedichiamo con tanto piacere e onore quest’intervista a Joseph Naklè, capitano della prima e unica squadra LGBTQI+ di basket in Italia.

Joseph, innanzittutto è un piacere e anche un vero onore di poter parlare con lei e condividere uno stupendo momento. Ci piacerebbe conoscere un po’ di più su di te. Da quand’è che pratichi la pallacanestro?

Grazie a voi. Sinceramente è da quando avevo 15 anni che ho iniziato a praticare Basket, da quel momento non ho smesso fino ad oggi. Attualmente sono già 20 anni che condivido questa mia passione.

Abbiamo saputo del Torneo Internazionale dal 27 al 29 Maggio, un torneo arcobaleno. Com’è nata questa iniziativa? E quante squadre hanno partecipato?

Si, è vero! Questo torneo si è svolto a Maggio a Milano, è stata una iniziativa da parte mia. Ho creato questa squadra LGTBQI+ che ad oggi è l’unica squadra di questo tipo. E’ importante raccontarvi che tempo fa c’era una squadra a Bologna, ma che ad oggi non esiste più, e questo mi ha permesso di prendere l’iniziativa propriamente dal 2020.

In questo torneo internazionale hanno partecipato diverse squadre: Madrid, Barcellona, Tel Aviv, Regno Unito con due squadre, una da Londra e l’altra da Parigi, 2 squadre di Milano, quindi è stato un torneo confortante e fantastico.

Cosa ti ha spinto a creare una squadra di Basket?

Bene, prima io abitavo a Barcellona, ho vissuto anche a Parigi, e poi quando sono tornato in Italia, sono arrivato a Milano ed essendo che non esisteva nessuna squadra simile, ho deciso de crearne una.

La selezione dei ragazzi non è stata facile, meno male che tramite i social, gli amici, anche un stupendo team conosciuto come Drag Sport Milano, un’associazione LGBTQI+ della città che raggruppa tanti atleti e dove si conoscono tante persone, mi hanno aiutato a trovare dei ragazzi interessati a far parte di questa squadra.

E per far parte della tua squadra, quali sono i requisiti?

Sinceramente, non ci sono dei requisiti speciali per entrare a farne parte, solo saper giocare, avere un livello almeno tra basico e intermedio, anche se non avanzato. La cosa più importante è saper giocare e voler sviluppare le capacità nello sport.

Attualmente abbiamo un certo livello, stiamo cercando di crearne in futuro uno per principianti, cosa che è già in progetto, e anche una squadra d’un livello ancora più avanzato. L’idea è poter avere una squadra completa con più livelli e aggiungere tanti altri atleti.

Parlavi di una squadra inclusiva, ma per te cosa significa per te la parola “inclusione”?

E’ una domanda molto importante e anche difficile a cui rispondere. Inclusione significa che noi diamo a tutti in ugual modo l’opportunità. Noi non discriminiamo per motivi di razza, religione, nazionalità, nemmeno di orientamento sessuale. La nostra squadra e le nostre porte sono aperte a tutti, siano del paese che siano, della religione, del colore di pelle, l’unica cosa che chiediamo è avere almeno un minimo livello di conoscenza del basket, e pensando a questo abbiamo deciso di creare il livello base, per dare anche l’opportunità a chi non sa ancora, d’imparare a farlo e fare di questo la sua passione.

Stupendo! E parlando nella stessa tematica, sarebbe interessante conoscere anche il suo concetto sulla parola “discriminazione”.

Una parola a cui mi viene tanto da dire: Discriminazione. Io da quando ho iniziato, sono stato sempre criticato, ho potuto leggere anche dei commenti sui social che tra l’altro criticano le mie azioni. Ci sono delle persone che come critica mi hanno chiesto il perché ho creato una squadra di basket lgbtqi+ Sono stato vittima del bullismo. E’ importante riconoscere che nelle scuole tradizionali ci sono spesso delle scene di bullismo. Potresti immaginare come può essere o come viene visto un giocatore famoso che viene al campo con suo marito? Penso che nessuno ha il diritto di dare un etichetta alla squadra, anzi, a nessuna squadra, dobbiamo coltivare il rispetto, la tolleranza, l’inclusione, ognuno è sempre libero di essere come vuole.

E qual è la sua opinione sulla frase- concetto “Coming out”?

Onestamente il “coming out” è un concetto molto soggettivo, c’è gente che non lo farà mai! C’è gente che lo fa e non lo rende mai visibile, e c’è chi come me, ha deciso apertamente di farlo. Quando uno nasce diverso non significa che questo sia il problema, e non è nemmeno la ragione il fatto di renderlo pubblico o no!

Noi siamo totalmente liberi! Almeno questo è necessario per me, e lo dico come personaggio noto quale sono, purtroppo è la società con le sue abitudini che non è libera.

Quando si è un personaggio noto, soprattutto nell’ambito sportivo, Qual è la principale barriera per fare “coming out”?

Penso che tutto dipende dal carattere. Come dicevo prima, la gente critica e fa bullismo in modo più forte a quelli deboli.

Comunque è molto difficile rispondere a questa domanda. Questo dipende sempre dalla persona, se la persona è estroversa, oppure se è debole. Nel mio caso, quando ho deciso di farlo, non ho avuto dei problemi di questo genere perché sono un uomo di caratteristiche imponenti, alto, di fisico muscoloso, e so che la gente che fa bullying attacca di più quelli che non possono difendersi o che sono timidi.

Essere nella nostra squadra offre l’opportunità d’imparare anche a diventare forti e vincere queste situazioni, noi abbiamo spirito di squadra e ci diamo supporto tra di noi.

La tua squadra può contare sul supporto degli enti del governo?

Si, devo ringraziare il Comune di Milano, che ci ha aiutato molto con il patrocinio del 1 Torneo Internazionale. Anche Monica Romano, chi è stata la Madrina del Torneo, una figura nota e un’autorità nazionale nel tema LGBTQI+. Speriamo che ci si possano svolgere ancora più eventi sportivi come questo e di contare sempre sul loro supporto e anche della società che ha collaborato e assistito agli eventi.

Finalmente Joseph, se lei potesse cambiare qualcosa nel mondo dello sport, quale sarebbe?

Attualmente il mondo è un po’ contrario. Se potesse cambiare qualcosa in positivo sarebbe il fatto che non sia più necessario creare squadre LGBTQI+, che tutti possano accettare la diversità, che tutti possano giocare ed essere liberi di essere se stessi.

Una conversazione molto positiva, davvero, piena di ottimismo, d’energia. Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato, sperando che effettivamente ognuna di queste parole e messaggi possano arrivare al mondo intero. Auguriamo tantissimi successi a te e la tua squadra, e speriamo sempre di condividerli.

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