Pubblichiamo la bella intervista uscita su Vogue a proposito della raccolta di ritratti di Ethan James Green che qui racconta il sogno americano di una nuova e sorprendente generazione di creativi.

Trans, non-binary, queer: in aprile è uscita per “Aperture” il volume Young New York”, una raccolta di ritratti di Ethan James Green, ex modello diventato cantore di un’intera generazione di giovani newyorchesi che appartengono in gran parte alle comunità trans, non-binary e queer.
Nella sua prefazione Hari Nef, la prima modella apertamente transgender ad aver firmato un contratto mondiale con l’agenzia Img, sostiene che Green è una specie di mago: ogni volta che ti propone un cliché, lo fa sembrare una rivelazione.

Ed è proprio così.

Difficile sentir parlare di ragazzini che arrivano a New York pieni di speranze senza pensare: “ci risiamo, il solito racconto di formazione nella Grande Mela in salsa millennial, gli occhi pieni di sogni che diventano hashtag su Instagram”. Solo che Ethan parla con una sincerità disarmante. Espresse da lui, idee che in bocca ad altri potrebbero sembrare sdolcinate non solo suonano vere, ma capisci che probabilmente lo sono davvero. Basta osservare le sue immagini in bianco e nero: si staccano dai milioni di foto caricate ogni giorno sui social. Come una specie di glitch nel tessuto del reale, abitano uno spazio senza tempo in cui i soggetti ritratti emanano una sicurezza austera, irriverente. Sembrano dire: guardami. Io sono così. E sono bellissimo.

Sbaglio, o nella sua vita precedente lei è apparso anche su una cover di Vogue Italia?
Più di una, sempre con Steven Meisel. In una delle ultime indosso una maschera di pelle e sto leccando il collo di Stella Tennant. Se pensa che è sempre stata una delle mie modelle preferite, immagini come mi sentivo.

Come ha deciso di passare dietro l’obiettivo?
Ho sempre voluto fare il fotografo, da quando avevo 15 anni. Mia nonna aveva insegnato a cucire a me e a mia cugina. I vestiti per la scuola non li compravamo, ce li facevamo in casa. Dopo le lezioni, con un paio di amici andavamo in un prato a fotografarci a vicenda.

Com’è stato crescere a Caledonia, nel Michigan?
Per darle un’idea, il nostro negozio di alta moda era Banana Republic. E poi Macy’s, dove trovavi abiti simil Calvin Klein. Ci andavo spesso, e a un certo punto le cassiere hanno cominciato a dirmi che avrei dovuto fare il modello. All’inizio non ci ho dato peso. Ma poi, facendo una ricerca online, sono finito su un sito e ho pensato: “be’, questi ragazzi in effetti mi somigliano”.

Trans, non-binary, queer: questi siamo noiE quindi…
E quindi invece di studiare arte a Detroit, a 17 anni mi sono fatto accompagnare da mio padre a New York, e la Ford Models mi ha scritturato. Ho fatto metà dell’ultimo anno delle superiori online, mentre lavoravo e cercavo di imparare a fotografare.

Uno dei primi soggetti scattati per “Young New York” è stato Hari Nef. Come vi siete incontrati?
Per un po’ ho provato a fotografare dei modelli, poi ho sentito il bisogno di ritrarre persone con cui sentivo una qualche connessione.
Una sera, a New York, all’Up & Down nightclub, sono uscito a fumare una sigaretta, ho visto Hari e immediatamente ho pensato: devo fotografarla. Sa, prima di lavorare a “Young New York” non avevo molti amici, non dicevo neppure di essere gay: pensavo che avrei perso lavori, o che sarei stato costretto ad andare a letto con qualcuno. All’inizio il progetto è stato una specie di ricerca di amici, se vuole, o di gruppi con cui avessi qualcosa in comune.

Come decideva chi far partecipare al suo progetto?
Andavo alle feste in cerca di facce interessanti, e se ne trovavo una mi facevo forza e chiedevo: «Posso fotografarti esattamente come sei vestito stasera, tra una settimana al Corlears Hook Park?». Una volta iniziato a scattare si è creato un passaparola, e lì mi sono reso conto che il progetto era importante anche per le persone che ritraevo. Desideravano un tipo di immagine in cui si potessero riconoscere, che quasi mai era quella che gli proponeva il mondo della moda. Ecco, forse questa “normalizzazione” dell’immagine è l’aspetto del mio lavoro a cui tengo di più.

La moda sembra avere un ruolo molto importante nella sua vita e in quella dei suoi amici.
La moda è il denominatore comune delle persone che ho ritratto nel libro. Siamo tutti cresciuti a Tumblr e moodboard, dicevamo cose tipo, «questo è il mio editoriale preferito di sempre», «quella foto mi ha salvato la vita»… Prendevamo la moda sul serio, e in quelle prime foto fatte insieme penso si veda. A volte sembrava di essere in un campo di addestramento, e io mi sentivo Tyra Banks in “America’s Next Top Model”!

Trans, non-binary, queer: questi siamo noiCom’è stato passare dai set di Meisel a un progetto personale?
All’inizio ero molto intimidito. Un conto è fotografare i tuoi amici in un frutteto, un conto è ritrovarsi su un set con tutte quelle luci… Ho provato come gli altri a fare dei model test shoot, ma non mi piaceva. Era come se le agenzie volessero negare l’identità ai modelli.
Li vestivano come volevano loro e te li mandavano. E poi ci si mettevano i truccatori, i parrucchieri, gli stylist, tutti con una sola cosa in testa: il loro portfolio personale. Loro esageravano al massimo, io lavoravo sul minimal. Poi ho conosciuto il fotografo David Armstrong.

E?
Ed è diventato il mio mentore. Il libro è dedicato a lui, perché senza di lui il progetto “Young New York” non esisterebbe. Pensare che non abbia fatto in tempo a vedere neanche uno scatto è un vero dolore per me.

Armstrong, scomparso nel 2014, faceva parte della Boston School, un gruppo che comprendeva artisti come Nan Goldin e Mark Morrisroe, accomunati da uno stile di narrazione autobiografico e da una particolare attenzione alle comunità emarginate.
È stato lui a spingerla a fare foto ai suoi amici, invece che ai modelli?
All’inizio posavo per David, ma quando gli ho confessato che mi sarebbe piaciuto fare il fotografo mi ha detto che se volevo potevo scattare a casa sua. Era stupenda, sembrava un set di “Vogue”: un giorno la trovavi piena di sculture a cui stava lavorando, il giorno dopo era irriconoscibile, tutta pezzi d’antiquariato. Quando finalmente sono riuscito a farmi commissionare un editoriale, sono andato da lui. David è entrato mentre stavo editando e le foto gli sono piaciute da pazzi. Mi ha preso come assistente infatti. Poco dopo, però, ha cominciato a stare male.

Prima che si ritrasferisse in Massachusetts l’ho aiutato a organizzare una vendita delle sue foto d’archivio.
Mi hanno particolarmente colpito quelle di “The Silver Cord”, ritratti in bianco e nero dei suoi amici, scattati nei parchi o nei loro appartamenti.
Lì ho capito che volevo smetterla con i modelli e cercare persone che avessero già uno stile personale, una faccia interessante. L’equivalente dei suoi amici, ma della mia generazione.

Non per niente il suo libro si intitola “Young New York”.
Sì, ma con la giovinezza non c’entra nulla. In realtà il libro parla di un gruppo di persone venute a New York per realizzare i propri sogni – che poi è il motivo per cui sono arrivato qui anch’io. È un tentativo di raccontare queste persone mostrandole come sono. O almeno come vogliono essere viste.

Com’è cambiata secondo lei la rappresentazione della comunità queer e gender nonconforming nella moda?
Ora sembra che parlare di street casting sia ovvio, ma qualche anno fa era tutto molto diverso. All’inizio ho dovuto lottare per fare scatti ad alcuni dei miei amici per i magazine. Poi le cose, un po’ alla volta, sono cambiate. Però mi è successo di rifiutare proposte che non stavano né in cielo né in terra, ideone del tipo: «Avresti un paio di tuoi amici trans per una nuova linea di jeans?».

A volte ho proposto un cast di persone di colore perché aveva senso per quella storia, e mi sono sentito rispondere, «No, scusa, ma l’abbiamo già fatto nello scorso numero».
Devo dire che cose del genere non mi capitano da un po’, ma bisognerà vedere se siamo davanti a un trend o invece a un cambiamento profondo. Insomma bisogna capire se andiamo verso un futuro in cui la diversità non sarà più una strategia di mercato ma semplicemente un dato di fatto, e io lo spero.

Non crede che i social media abbiano svolto un ruolo fondamentale in questo cambiamento, se non altro mettendo a disposizione di tutti una piattaforma per raccontarsi?
La mia carriera di fotografo è iniziata su Instagram. Era come avere il mio magazine personale, dove non dovevo sottostare a nessun compromesso. Per il libro ho dovuto scattare immagini extra proprio perché il nucleo originale era stato già tutto postato su Instagram. Però è uno dei motivi per cui amo il digitale: facevamo le foto, ed erano già online. Tutto in diretta, o quasi.

E questa istantaneità è importante, per lei?
Sì. Molti miei soggetti erano in transizione, quindi aveva senso che la foto uscisse in quel preciso momento. A dire il vero tutto il libro parla di un bolla temporale ormai finita. Da un certo punto di vista pensare che le tue immagini, online, hanno una vita brevissima – uno swipe, e avanti il prossimo – è disarmante. Da un altro, mi interessa capire quali rimarranno. È il motivo per cui ho scelto di scattare questo progetto in bianco e nero: volevo fotografie pensate per durare. Volevo che tutto di queste persone – le loro facce, i loro vestiti, tutto – rimanesse. E un po’ lo spero. Spero di avere creato immagini senza tempo. Di sicuro, però, quelli che vedete sono i miei ricordi. Sì, questo sono le foto che scatto: i miei veri ricordi.