Porpora Marcasciano è presidente onoraria del MIT (Movimento Identità Trans), di origini campane è oggi una matura donna-trans, approdata alla notorietà del mondo culturale per le sue battaglie sui diritti, che ha completato attraverso opere letterarie.
Porpora ha scelto questo nome ispirandosi a Porporino, il celebre castrato la cui vita è narrata da Dominique Fernàndez.
Porpora nasce in un corpo biologicamente maschile, ma fin dall’infanzia sente che questo genere non le appartiene.
Porpora ha vissuto in un paesino tra le provincie di Benevento e Foggia, dove la sua autentica natura ha trovato particolari difficoltà per esprimersi, anche in ragione di un’epoca, gli anni ’70, dove percepirsi omosessuale era considerato un abominio.

I suoi libri precedenti:
FAVOLOSE NARRANTI. Storie di transessuali;
ANTOLOGAIA. Sesso, genere e cultura degli anni ’70;
ANTOLOGAIA. Vivere sognando e non sognare di vivere: i miei anni Settanta.

L’ultimo libro:
L’AURORA DELLE TRANS CATTIVE. Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender.

Di seguito, la nostra intervista riguardo il suo ultimo libro.

Buongiorno Porpora. E’ da poco uscito il tuo ultimo libro “L’Aurora delle trans cattive”. Ci vuoi spiegare il titolo?
Il libro descrive la vita di tante storiche trans romane a cavallo tra gli anni settanta e ottanta. Quelli sono stati anni in cui le trans erano considerate “cattive” nel senso di mal viste dalla società: c’erano le diffide, i fermi della polizia. Cattive è un termine inteso come simbolico, perché, non essendo accettate, le trans erano “incattivite” dalla vita, la loro stessa esistenza era vista come un atto sovversivo e bollato come criminale.

Perché adoperi il termine “Aurora” nel titolo, tu senti di farne parte?
Più o meno si. Vista la mia età e il periodo che racconto, per “Aurora” io intendo l’inizio dell’esperienza trans, perché prima non c’era. Molte persone questo non lo immaginano ma la vita trans è iniziata circa negli anni 60 ed ha iniziato ad essere visibile a partire dagli anni 70. Essere trans non era facile o scontato: allora, se ti fermavano per strada ti portavano dentro in questura.

Nel libro citi diverse situazioni nelle quali ci sono dei comportamenti da parte di alcune trans che si possono definire “cattivi” o le hai sempre viste come vittime?
No, io le vedo come vittime, perché con la parola cattive non intendo la classica persona che fa i dispetti, non è intesa in questi termini. Noi eravamo collocate ai margini della società perché considerate degenerate, fuori dagli schemi, bombe sessuali e sensuali e quella era la nostra grande bellezza!

Come si rapporta la nuova generazione di trans italiane con il mondo che viene dal Brasile? C’è differenza o antagonismo?
C’è una netta separazione tra le transessuali giovani, che siano italiane o meno e quelle di un tempo. La nuova generazione ha le strade più aperte e vive una condizione di maggior integrazione sociale rispetto a quelle del passato. Le giovani hanno eretto una sorta di muro tra passato e presente: non vogliono mischiarsi e vogliono differenziarsi rispetto al mondo trans, specie brasiliano, che è visto solo come prostituzione. Ovviamente, è un discorso sbagliato.

Sbagliato nel senso che trans non fa per forza rima con prostituzione, intendi?
Esatto. Però ancora si ha la visione comune che significhi questo, in Italia c’è forte pregiudizio e per questo motivo le trans giovani tentano di mettere distanza: anche verso tutte quelle trans che hanno avuto una vita difficile rispetto alla loro, che però ha aperto loro la strada per una maggiore integrazione.

In Italia la parola trans ha avuto la radice storica nel “femminiello”. Tu senti di poterti identificare in un femminiello diventato trans?
Più o meno si. A Napoli queste figure ci sono sempre state, era un termine che si usava in modo comune, alla portata di tutti. Io, pur non essendo napoletana, sono un po’ cresciuta circondata da trans napoletane e tra di noi ci chiamavamo così. E’ più una definizione culturale, comunque.

 

Porpora, sei alla quarta fatica letteraria, ormai sei una scrittrice affermata. Hai scrittori di riferimento ai quali ti sei ispirata come stile letterario?
No, non ne ho perché io riporto le mie esperienze come fossero un diario, per comunicare e narrare quella che era la mia vita di allora, agganciandola a quella di oggi. Tutto ciò di cui scrivo è reale, faccio riferimento ad esperienze vissute realmente successe, non romanzo nulla.

Insomma, si può dire che non c’è spazio per la fantasia ma avrai dato comunque “profumo alle parole”.
Beh, si, ma i fatti narrati sono quelli.

Se ti dico Pasolini, ovviamente legato alla tua esperienza letteraria, tu cosa rispondi?
E’ stato un grosso punto di riferimento per me, ma non in quanto transessuale, sia ben chiaro, ma proprio a livello umano. E’ stato un uomo politicamente e culturalmente molto importante nella mia vita e nella vita italiana, un “uomo contro”, un poeta maledetto che presentava realtà che il mondo ufficiale non voleva vedere.

Ci racconti una “perla” del tuo volume, un capitolo che vuoi sottolineare in modo particolare?
Ho dedicato un intero capitolo a Marcella Di Folco, ex Presidente del MIT e mia grandissima amica. In questo capitolo non spiego chi fosse e cosa faceva (perché lo sanno tutti) ma mi sono focalizzata sul nostro rapporto intimo e personale: racconto aneddoti divertenti di lei rispetto, per esempio, al suo piacere della cucina, alla sua esuberanza, alla sua stazza fisica. Parlo di lei come ho parlato di altri personaggi, come Vladimir Luxuria e altre.

Noi sappiamo che c’è tutto un mondo ufficiale, ben pensante ed economicamente potente che però si nutre e attinge al mondo trans perché lo ama, ma lo fa in segreto.
Oh certo, la tipica ipocrisia italiana: si fa ma non si dice.

Come sta andando il programma di presentazione nelle librerie?
Benissimo, sto girando tutta Italia ed è tutto pieno fino a luglio. Per ora, ho fatto presentazioni a Padova, diverse a Roma, Bologna, Milano, Palermo, Reggio Calabria. E sto già programmando altri incontri per dopo l’estate. Stiamo anche valutando di fare una traduzione in inglese, vedremo.

Di certo darà un respiro europeo. Tu come ti rapporti con il mondo trans anglosassone, lo frequenti?
Come associazione MIT abbiamo una rete di rapporti italiani e internazionali. Sicuramente siamo unici in Europa, non ci sono altre associazioni di trans che gestiscono servizi per trans come noi, a partire dalle case alloggio, allo sportello legale, al “Progetto Via Luna” mirato alla riduzione del danno nel mondo della prostituzione di strada e in appartamento. Forniamo un grande servizio sociale e siamo presi ad esempio da molte associazioni estere.

Che consiglio daresti a chi si appresta a leggere il tuo libro?
Quello di leggere la mia opera con curiosità, per comprendere meglio di cosa si sta parlando quando si parla di transessualità. C’è umanità a 360 gradi.

Un luogo comune in cui invece non deve inciampare il lettore leggendo?
Quello che vuole noi trans tutte come vittime, disgraziate o grandi attrici e soubrette. Abbiamo una vita particolare perché viviamo in un mondo che non ci contempla, ma sappiamo pure divertirci. Siamo grandi talenti ma anche persone che hanno problemi di sopravvivenza: insomma, siamo tutto e il contrario di tutto, come le altre persone.

Infine, questa opera è conclusa ma siamo certi che hai già un’altra “prospettiva”, ci abbiamo azzeccato?
(ride) Esatto! Devo ancora mettere a fuoco, per ora ho una idea vaga, non saprei neanche da dove e come cominciare. Ma di sicuro ci sono tante di quelle cose da dire e scrivere sul mondo trans che non si possono esaurire in questi primi lavori che ho fatto. Per me questo non è un punto di arrivo ma un traguardo intermedio.

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