Kim Petras è una famosa pop star e cantautrice tedesca transgender, nota anche per essere stata la più giovane persona al mondo a sottoporsi ad un intervento chirurgico di cambio sesso quando aveva 16 anni. Tim, questo il suo nome di battesimo, divenne dunque Kim, ma al di là dell’attenzione mediatica che attirò ai tempi, ora si parla di lei per il suo grandissimo talento musicale.
Nata e cresciuta a Colonia, in Germania, si è trasferita a Los Angeles all’età di 19 anni per dedicarsi alla musica. Ha esordito ufficialmente nel campo musicale nell’agosto 2017 con il singolo “I Don’t Want It at All“, e nel videoclip di questa canzone presenta c’è anche un cameo della famosissima ereditiera Paris Hilton. A giugno 2019 ha pubblicato il suo primo album in studio, Clarity, di cui parla in questa intervista, e a ottobre ha fatto seguire un secondo album dal titolo Turn Off the Light.

Buongiorno Kim, a soli 16 anni, nel 2009, hai partecipato allo show TV britannico “This Morning” come “una ragazza con sogni di essere una pop star internazionale”. Otto anni dopo, sei diventata famosa con il singolo ‘I dont’ want it at all’.
Non pensavo di poter essere una pop star, ma volevo esserlo. A scuola, sono sempre stata considerata una ragazza snella, magra, strana. Non pensavo di essere abbastanza “calda” e non pensavo che la mia voce fosse abbastanza buona, né che le mie idee lo fossero. Ma ho creduto in me stessa, non sono stata “scoperta” o altro. Ho dovuto trovare persone, uscire e bussare alla porta e scrivere un milione di canzoni prima di diventare brava. Non ho sentito tutte queste cose di cui stavo cantando, ma volevo creare un personaggio da supereroe.

Oggi sei l’artista trans più visibile e di successo nel settore della musica.
Non ci avevo mai pensato! (ride)

Sei un’artista indipendente e pubblichi musica sotto il marchio Moniker, BunHead. Come mai questa scelta?
Mi piace la libertà. Inizialmente aveva pianificato di firmare con un’etichetta importante, ma ho scoperto che molti non mi trattavano con rispetto. Tanti non capivano il mio essere transgender, parlavano di come commercializzare il mio modo di essere e altre ancora non volevano lavorare con me perché mi ritenevano contro Dio, contro la religione. Alcuni dirigenti mi hanno chiesto se mi identificavo come trans perché “alla moda”. Dicevano: ‘Sì, la musica è fantastica, ma come affrontiamo questa cosa?’. È stato un grosso problema per loro, non mi fidavo di nessuno e non volevo andare con nessuno. Quindi ho pensato: ‘lo farò da sola.’ Purtroppo queste cose sono davvero successo e beh…ha fatto schifo. Nella mia carriera, ho scelto di non parlare dell’essere transgender all’inizio, perché volevo che la mia musica parlasse da sola, e così è stato.

Le accuse di “usare” in qualche modo la tua identità per farti pubblicità ti hanno ferita?
Si, ma tengo a ricordare che non ho mai sfruttato la cosa. Il mio primo singolo in studio “I don’t want it at all”, è andato al numero uno della classifica di Spotify quasi immediatamente dopo la sua uscita. E non ero nemmeno in copertina, non c’era niente nel mio essere transgender, nessun articolo a riguardo, e ne sono davvero orgogliosa.

Alcuni fan LGBTQ hanno criticato il tuo non rivelarti subito, sostenendo che non hai sostenuto abbastanza la comunità durante la tua ascesa alla fama.
Sento di essermi davvero dimostrata una cantautrice. Ora parlo del mio essere trans con spontaneità, sono sempre stata aperta a riguardo, ma ora non mi interessa più, perché so che sono arrivata dove solo grazie alla mia musica. Non ho nulla contro le principali etichette ma qualsiasi piano di marketing che ruoti attorno alla mia identità sarebbe stato “insipido”. Ho vissuto tutta la mia vita con integrità con l’essere transgender e cercando di potenziare le altre persone, e non voglio far sentire a nessuno che lo sto usando – o non sostenere la comunità nel modo in cui dovrei.

Il tuo primo album, Clarity, ha avuto un marketing promozionale originale, il giorno prima della sua uscita ufficiale, i fan avevano già ascoltato nove delle 12 canzoni presenti.
E’ stata una sfida: invece di pubblicare tre o quattro singoli principali come fanno la maggior parte degli artisti, ho pubblicato una canzone ogni settimana per nove settimane consecutive. Penso che ora, nell’era dello streaming, sia estremamente importante come nuovo artista rimanere costantemente nella testa delle persone.

Hai qualche artista da cui prendi ispirazione, o che ascolti spesso?
Ho Juice Wrld, Travis Scott e Post Malone in forte rotazione. Mi piacerebbe collaborare con Halsey, Lady Gaga, Gwen Stefani e con il frontman dei The Killers, Brandon Flowers. Però la mia musa resta Lana del Rey, è davvero il massimo, anche se credo che ogni ragazza pop deve inchinarsi a Madonna.

Quindi vedi te stessa reinventarti costantemente come la Regina del Pop?
Mi piacerebbe. Non voglio mai ripetermi e fare esattamente la stessa cosa due volte. So che è difficile, perché le persone all’inizio di questa era erano tipo” Vogliamo la vecchia Kim Petras!”. Ora che il progetto è finito, tutti lo adorano, il che è fantastico. Sarò sempre ispirata dalla musica che ascolto in questo momento, quindi penso che sia inevitabile alienare i fan in un momento o nell’altro e avere un’era che alla fine non gli piacerà. Clarity è un album meditabondo, ispirato dal sentirsi veramente feriti, piccoli e impotenti. La mia essenza è forse meglio catturata in “Meet the Parents”, un ammiccante apprezzamento per l’indipendenza e un’avversione leggermente febbrile all’impegno, familiare a chiunque abbia vissuto un vero dolore. Penso che sia un mio pezzo di personalità in un certo senso. Dice solo molto su di me, essendo arrogante ma anche con umorismo. Ho imparato a tirare fuori le mie emozioni, prima seppellite sotto un certo mood “tedesco”, ed è bellissimo.

Grazie Kim Petras per questa intervista, a presto!

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