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In Serbia essere trans vuol dire avere paura

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La legislazione progressista della Serbia, tra le più progressiste tra gli stati confinanti che facevano parte della ex Jugoslavia, dovrebbe, almeno a parole proteggere, le persone transgender, ma non è così nei fatti. La Jugoslavia non esiste più da tempo, dopo tutte le guerre intestine che hanno coinvolto anche la Nato, i nazionalismi esplosivi e fratricidi, le estenuanti e distruttive lotte per l’indipendenza da Belgrado. La Serbia era l’unica a fregiarsi ancora del nome Jugoslavia, anche se poi è stata costretta ad adottare “Unione Statale di Serbia e Montenegro” nel 2003, anno in cui è morta anche la prima trans nella storia jugoslava: Merlinka Miladinovic, nata a Zagabria nel 1958 e cacciata dalla sua famiglia di casa in giovane età si era trasferita a Belgrado, una città ridotta in macerie e in mano al crimine organizzato. Nel 2002 pubblicava la sua autobiografia. Ben presto fu assassinata, soffocata e presa a martellate, e il suo corpo occultato. Mai trovato alcun colpevole dell’omicidio. Dal 2009 per ricordarla a Belgrado si tiene ogni anno il “Merlinka Festival” rassegna di cinema LGBTQI+. A marzo dello stesso anno il parlamento serbo ha promulgato una legge unificata che vieta la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale e del genere. La legge continua a essere in vigore attualmente, anche se nell’agosto 2022, il governo di centrodestra di Aleksandar Vucic ha cancellato l’Europride per “ragioni di sicurezza”. Le elezioni del 17 dicembre hanno confermato Vucic. Il Partito progressista lo è solo nel nome: è un partito conservatore a tutti gli effetti e l’omofobia esplode violenta come i terribili fatti che hanno visto la distruzione del Belgrade Pride nella notte del 7 gennaio, e questo anche se la legge dovrebbe prevenirli.

Vige un atteggiamento contraddittorio da parte delle autorità e della società: gli interventi chirurgici per il cambio di sesso sono autorizzati e addirittura coperti dal piano statale di assicurazione medica di base dal 2011. La legislazione è progressista, risultato di anni di campagne di attivismo e sensibilizzazione da parte delle associazioni LGBTQIA+. Ma nonostante questo, fino al 2019 le persone transgender potevano cambiare legalmente il loro genere solo se si sottoponevano a un intervento chirurgico.

Il 60% della popolazione serba da sondaggi effettuati è dichiaratamente contro la discriminazione delle persone trans, ma nel 2023, una giovane trans, Noa Miljovev, è stata ritrovata trucidata e letteralmente fatta a pezzi.  A vent’anni dall’omicidio di Merlinka Miladinovic e con una legislazione che dovrebbe proteggere da violenza, odio e discriminazione, le persone transgender continuano a vivere nella paura. La prima cosa che le persone trans nei balcani desiderano è essere fisicamente al sicuro. La violenza rimane la prima preoccupazione, insieme ai diritti civili e di quelli politici.

Un caso emblematico, quello di Helena, ufficiale di alto grado dell’esercito serbo prima della transizione, nel 2015 fu accusato di non aver dichiarato pubblicamente la sua identità di donna trans subendo per questo dall’esercito che aveva servito per vent’anni il congedo forzato per ragioni psichiatriche e l’annullamento della pensione maturata nei suoi anni di servizio. Ma sono ancora tanti i casi di odio e transfobia, a dimostrazione che le leggi non servono a molto se non si cambia il modo di pensare delle persone.

FONTE IMMAGINE: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Trans_pride_flag_Serbia_basic.png

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