Pubblichiamo un interessante estratto dallo studio di Kevin Henderson tratto dal volume “Becoming lesbian: Monique Wittig’s queer-trans-feminism”, pubblicato in Journal of lesbian studies del 2017.

Una delle promesse della teoria trans è di sradicare i confini imposti socialmente e di portare fuori le persone da «un punto di partenza non scelto» (Susan Stryker, Transgender History, Seal Press, Berkeley 2008, p. 1). Per far uscire fuori i soggetti da un punto di partenza di patologizzazione e abiezione, una delle strategie-chiave della teoria e dell’attivismo trans è stato di marcare e denominare categorie non nominate che sussistono in quanto arbitraria normalità e date per scontate. L’attivismo trans ha formulato il termine ‘cisgender’ per dare una definizione a chi non era transgenere.

Come fa notare Aultman, «[…] il genere di una persona cisgender sta dallo stesso lato del sesso assegnatole alla nascita, contrariamente a questo il genere di una persona transgenere è sull’altro lato (-trans) del sesso assegnato alla nascita. I termini uomo e donna, smarcati, tendono a normalizzare lo status cis, rinforzando l’arbitraria “naturalezza” dell’essere cisgender. Quindi, usare gli identificativi di “uomo cis” e “donna cis” , insieme a” uomo trans” e “donna trans”, crea resistenza alla riproduzione della norma e alla conseguenza marginalizzazione trans da essa prodotta» (Cisgender, in TSQ. Transgender Studies Quaterly, 1, 61–62).

Tuttavia, Aultman nota anche che “cisgender” potrebbe sottilmente riaffermare la “naturalità” di essere nati  e nate con certe caratteristiche sessuate. Mentre “non-trans” certamente non ha la stessa efficacia descrittiva di “cisgender”. La prima frase di Aultman dimostra che l’introduzione di “cisgenere” come opposizione di transgenere enuclea sia sesso che genere come binari e li inserisce in uno schema di corrispondenze (“stesso lato” / “lato opposto”).

In certi usi, la categoria “cisgender” potrebbe contribuire a naturalizzare l’idea che esista un “sesso prediscorsivo” fondato all’interno del corpo e una connessione naturale tra questo sesso e la sua identità o espressione di genere, proprio perché “cisgender” appare come un neutro descrittore del corpo. Sebbene l’uso crescente del termine “cisgender” da parte di medici e sociologi sia stata una causa celebrata da militanti e teoria trans, la critica di Monique Wittig al linguaggio delle scienze sociali dovrebbe farci riflettere su quanto facilmente questo vocabolario possa essere (e sia stato) strumentalizzato per mantenere le categorie di sesso e genere e mettere in risalto l’autorità epistemica di medici e sociologi disconnessi dalla politica trans-queer-femminista.

Come notano Epps e Katz, «per Wittig, il connubio tra femminismo e femminilità costituiva precisamente una grande strumentalizzazione della ragione al servizio della soggezione, secondo quella che Marcuse chiamava “desublimazione repressiva“, per segnalare quanto concetti e propositi apparentemente liberatori come quelli della liberaziome sessuale potessero in realtà servire gli interessi di un potere repressivo» (Monique Wittig’s materialist utopia and radical critique, in  GLQ. A Journal of Lesbian and Queer studies, 13, 4, pp. 439 e ss.). Oppure, si potrebbe pensare all’ammonimento di Foucault nel primo volume della sua Storia della sessualità: “Non si pensi che dicendo di sì al sesso, si dica no al potere”.

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