Nel corso degli anni la storia di Osiride, di Iside e di Horus, in una con i vari miti inventati dai sacerdoti egizi per spiegare il culto fallico del loro paese, filtrò in Grecia, dove fu trasformata in vari modi nelle favole degli dei e delle dee ben note nella mitologia.

Il pene divino: Iside e Osiride
Ad esempio la storia di Priapo è piena di interesse, dato che mostra come i greci lavorarono sull’idea fallica importata dall’Egitto.

Il pene divino: Priapo
Essi dicevano che l’enorme fallo di cui Priapo è quasi sempre dotato nelle statue e nelle pitture (che, aggiungiamo, sono come regola nascoste agli occhi del pubblico) era il risultato della gelosia di Giunone, che si adirò moltissimo quando seppe che Venere stava per avere un figlio da Bacco.

Il pene divino: Giunone
Priapo nacque in Lampsaco, e man mano che il dio cresceva, le donne che udivano parlare delle sue “doti” disputavano tra loro per stabilire quali di esse lo avrebbe avuto.
I loro mariti, adirati ed umiliati, condannarono il dio all’esilio.
Questo fece sì che le donne a loro volta si adirassero moltissimo, ed implorarono gli dei di vendicarle. Come risultato gli uomini furono colpiti da una malattia sessuale.
Si fece appello anche a Priapo ed egli acconsentì a curarli, se gli si permetteva di ritornare, il che fu concesso. Da questo episodio ebbe origine il culto di Priapo in Lampsaco, sebbene esso sia in realtà molto più antico.

Il pene divino: Venere e Bacco
La storia fu inventata per spiegare il mito in Grecia, e, naturalmente assunse una forma diversa dalla spiegazione offerta al popolo in Egitto; Priapo divideva con Venere un omaggio incessante.
Egli veniva coronato di rose in primavera, con rovi in estate, grappoli o foglie di vite in autunno, olive in inverno. Talvolta veniva così incoronato in corrispondenza del fallo.
La cerimonia veniva celebrata in pubblico oltre che in privato, e la sua immagine veniva incisa su vasi o su avorio, e su coppe d’oro.
Tutti questi oggetti venivano considerati sacri ed erano accuratamente conservati dalle donne.
Talvolta nelle processioni dedicate a Bacco, veniva portato un enorme fallo, circondato da ogni sorta di satiri, tutti esibenti lo stesso attributo in competizione con la grottesca immagine.
Essi erano seguiti da donne, ed infine da una statua di Bacco che, per non essere battuto da Priapo, portava un triplice fallo. Naturalmente venivano cantati degli inni in suo onore; se ne può trovare un esempio negli Acarnesi di Aristofane.

Il pene divino: Aristofane
Il fallo figurava altresì nelle feste chiamate Targelie che cadevano in primavera, il 6 maggio.
Erano celebrate in onore del dio solare
Apollo, e di Diana, la dea lunare; i giovani nella processione levavano rami da cui pendevano pane, frutti, fichi e falli.

Il pene divino: Apollo e Diana
Il fallo all’inizio era riconosciuto come parte del mito solare di cui era simbolo, un’aggiunta secondaria alle cerimonie, ma non la divinità vera e propria.
Non fu che quando gli abitanti di Lampsaco decisero di separare il fallo dal culto solare che esso divenne un culto a parte, ed allora fu associato a Priapo.
Le statue conosciute come Hermes o Mercurio, spesso dotate di un enorme fallo, potevano essere ritrovate in tutta la Grecia, poste ad adornare non solo i giardini, ma anche i campi e le strade di grande comunicazione.

Il pene divino: Hermes o Mercurio
In effetti, gli antichi sembrano aver dotato di un vistoso fallo indiscriminatamente Pan, Hermes o Mercurio, Priapo e Bacco ed avere inventato una favola adatta per giustificarne la presenza.

Il pene divino: Pan
Essi giunsero a chiamare una città Priapis, che era, secondo una delle storie, la città in cui il dio, cacciato dai mariti irati di Lampsaco, era andato a rifugiarsi.
In essa vi era un tempio dedicato al dio Apollo; esso tuttavia era qui venerato sotto il nome di Priapuseo, provando così ancora una volta la connessione tra il sole e i suoi poteri di fecondità.
Plinio fa menzione di parecchie città chiamate Priapo, dove indubbiamente il dio era venerato; come lo era in effetti in molte città della Grecia.

Il pene divino: Plinio

Pausania e Plutarco danno descrizioni di questo culto, ed insistono sul fatto che la sua caratteristica speciale era il suo enorme fallo.
Si può aggiungere che, siccome il suo culto era quasi sempre associato a quello del sole, essi lo chiamavano “il salvatore del mondo”: un titolo attribuito spesso agli dei solari.

Il pene divino: Pausania
L’asino era spesso sacrificato in suo onore; una delle ragioni addotte per giustificare la scelta di questo animale, era una favola in cui, per quanto si attiene al sesso, il dio era ancor meglio fornito.
I suoi adoratori facevano anche offerte di fiori, frutti, latte e miele, mentre si usava versare latte e vino sull’organo sessuale, che inoltre veniva baciato dai più devoti fedeli.
Allorché il cristianesimo fu introdotto in Grecia e cominciò a svilupparsi, il culto di Priapo prese a declinare; molti secoli tuttavia trascorsero prima che esso fosse completamente abbandonato.
I Padri della chiesa non cessarono mai di predicare contro queste “indecenti” ed “oscene” cerimonie, sebbene non fosse questa la ragione principale dei loro attacchi.

Il pene divino: Plutarco
Gli adoratori di Priapo non rinunciarono alla loro divinità senza lottare: tentarono di modificare alcuni dei loro riti, insistendo nel medesimo tempo sul fatto che, tutto sommato, il fallo era un emblema del sole, il grande donatore di fertilità della natura.
Uno dei loro apologisti, Giamblico, un filosofo platonico vissuto sotto il regno di Costantino, insisté che Priapo era semplicemente un simbolo della forza generatrice e che esso non provocava altro che generazione; “E’ soltanto perché vi sono tanti falli consacrati”, aggiunse, “che gli dei hanno concesso fertilità alla terra”.

Il pene divino: Giamblico
Nonostante che il cristianesimo non desistesse dai suoi attacchi, la gente era riluttante a rinunciare al proprio dio; emblemi fallici erano portati al collo delle donne ed anche sul corpo.
Persino gli storici più tardi riconoscevano che il ridicolo delle enormi dimensioni dell’organo sessuale appiccicato alle statue di Priapo e degli dei similari non avevano provocato la scomparsa del culto.
Sebbene alla fine i greci divennero definitivamente cristiani, essi conservarono molte credenze superstiziose , resti del culto fallico, praticamente impossibili da sradicare, tanto salda era la religione originale: non resta che dire, sospirando: “potenza del cazzo”, il che parrebbe smentire un altro detto: “
non conta un cazzo”, perché in realtà conta … e come conta!

Il pene divino: Costantino