Nella Grecia antica il fallo compariva spesso in pubblico.
Le “Falloforie” erano processioni in onore del pene, durante le quali gli uomini portavano in giro un grosso fallo di legno di fico salutato con tripudio dalla folla.
Durante le feste in onore di Dionisio, o Bacco, dio del vino e dell’agricoltura, il simulacro del fallo faceva il suo ingresso trionfale durante i festeggiamenti.
Le feste consistevano in danze di donne mezze nude all’interno dei boschi, dove gli uomini assistevano allo spettacolo masturbandosi, tra frenesie di musiche e vino.
Era la celebrazione dei Satiri, depravate divinità dei boschi, metà uomo e metà capra, e delle Menadi, le sacerdotesse di Dioniso.
Queste danze orgiastiche erano parte delle pratiche rituali segrete, “i Misteri dionisiaci” durante i quali il dio possedeva gli iniziati nell’estasi.

Nessuno poteva raccontare quanto accadeva nei particolari, ma è trapelato che non mancava mai il “vaglio mistico”: una cesta di vimini a forma di conchiglia simile a quella in cui la dea Atena (Minerva) aveva nascosto il pene di Dionisio (Bacco), strappandolo ai Titani che divoravano il dio.
In realtà, il “vaglio” era uno strumento agricolo (una sorta di setaccio) che i contadini usavano per ripulire il grano, separando il chicco dal fogliame, bucce ed impurità e rappresentava il legame di Dioniso con l’agricoltura.
Nella Roma antica, l’equivalente di questo rito si chiamava “Baccanale”, ma era più cruento perché gli adepti anziani usavano verso i neofiti vere e proprie violenze sessuali.

Dionisio rappresentava il rinnovamento, chiudendo un vecchio ciclo ed aprendone uno nuovo; la fine dell’inverno e l’inizio della primavera.
Le pratiche sessuali che seguivano erano la naturale valvola di sfogo per i pastori, appena tornati da una lunga stagione di transumanza con la sola compagnia delle pecore.
Il connubio sesso religione era sempre presente presso gli antichi romani, come dimostra la festa dei Lupercali, antecedente alla fondazione di Roma stessa (753 a.C.); per propiziare la loro fertilità le donne si facevano frustare dai Luperci, i giovani consacrati al culto del dio Luperco.
Le ragazze non ancora sposate potevano invece essere iniziate alla sessualità dalle sacerdotesse della dea Lupa, che le offrivano ai pellegrini.
Le sacerdotesse di Artemide chiamate “Orse”, in Attica, la regione attorno ad Atene, guidavano le giovinette in un rito di iniziazione sessuale.

L’orsa era un animale selvaggio in parte simile all’uomo, un simbolo, che attraverso un rito, che portava il suo nome, liberava le ragazze dagli aspetti più crudi del sesso e le rendeva pronte al matrimonio.
In termini pratici, queste sacerdotesse facevano, per adoperare una moderna comparazione, dei corsi prematrimoniali alle fanciulle.
Dunque, la religione gestiva in prima persona il sesso, dando inevitabilmente luogo a quella che può essere definita “prostituzione sacra”.
Lo facevano le donne sumere, oltre duemila anni a,C., in nome di Inanna, dea dell’amore e della fecondità; lo facevano le donne fenice, in nome di Astarte: a Tiro e Sidone tutte le ragazze da marito venivano messe a disposizione, a pagamento di una offerta al tempio, dei pellegrini.
Lo stesso facevano le donne babilonesi che, almeno una volta nella vita, erano costrette ad offrirsi a pagamento nel tempio della dea Ishtar .

Le donne erano sedute nel recinto sacro del tempio, in attesa che il devoto di turno pagasse un’offerta per la loro verginità.
L’uomo pronunciava preghiere e frasi di rito, dopodiché consumava i rapporto sessuale; la donna depositava il denaro ricevuto sull’altare del dio e da quel momento era libera di tornare a casa.
A Locri, nell’odierna Calabria, le figlie delle cento famiglie che avevano fondato la città, avevano l’onore di concedersi servendo la dea Afrodite o Atena; così diventavano adulte e potevano sposarsi.
La prostituzione rituale segnava il distacco tra una condizione prematrimoniale di asessualità, in cui la ragazza era ancora inserita nel proprio sistema familiare, e la condizione di sessualità attiva, in cui, divenuta sposa si preparava ad essere madre.

Certamente la vendita della verginità poteva avvenire una sola volta ed allora venne creata la “ierodulìa” (“schiavitù sacra”), che consentiva un servizio permanente e spesso era la sola fonte di sostentamento per i luoghi sacri.
Famoso è il santuario di Venere Ericina in Sicilia; la ierodulìa divenne tipica dei santuari mediterranei vicini ai porti; a questa pratica si sottoponevano in genere le donne libere che si prostituivano a favore del tempio, a cui donavano le offerte dei pellegrini, spesso marinai di passaggio.
Le sacerdotesse della dea egizia Bastet, protettrice della casa e della fertilità, dopo avere danzato sollevavano la veste mostrando il sesso ai fedeli.

Gli Etruschi mettevano statuette erotiche anche nelle tombe, per rendere più piacevole il viaggio del defunto nell’aldilà.
insomma, le testimonianze di un piacevole connubio tra sesso e religione sono molteplici in ogni luogo, ma questo piacevole sodalizio si interruppe con l’imposizione del cristianesimo come religione di stato.
Va ricordato però che anche precedentemente al cristianesimo, motivi di ordine pubblico e di controllo avevano bloccato il libero svolgimento di riti e feste a base sessuale.

Infatti, nel 186 a.C. a Roma erano stati vietati i Baccanali, che potevano svolgersi solo con una autorizzazione del Pretore, ma più che un rigurgito sessuofobico, il divieto fu il frutto di un timore politico; per i romani la religione era un “affare di Stato” ed i Baccanali sfuggivano al controllo delle autorità centrali.
Il problema autentico fu il controllo e non il pudore (usato a pretesto), perché tutti i regimi pretendono di esercitare la propria autorità anche nelle sfere più intime dell’individuo.
In conclusione, possiamo affermare che la libertà sessuale è la più autentica cartina al tornasole di ogni società: meno è libera, più il controllo si estende al sesso !