I romani portarono il culto di Venere in Gallia (Francia); essi chiamarono Portus Veneris un porto di mare, trasformato dai galli in Port de Vendres, essendo Vendres il nome dato da loro alla dea dell’amore. Altre città in Francia ancor oggi recano le tracce di questo nome, ed il giorno dedicato a questo culto è chiamato Vendredì, venerdì.

ESPORTAZIONE DEL CULTO: Venere
Esiste una leggenda in versi che narra le imprese di san Romano, che fu vescovo di Rouen nel VII° secolo. In quei giorni il culto di Venere era ancora in un antico castello vicino alle mura della città.

ESPORTAZIONE DEL CULTO: San Romano
Nel centro di esso si ergeva un tempio a Venere, ed i suoi devoti si riunivano per partecipare allo stesse scene di orge che costituivano i riti baccanali nell’antica Roma.
Fu san Romano a provocare la fine delle orge, perché distrusse il tempio, fece in pezzi l’idolo di Venere e mise in fuga i sacerdoti ed i devoti.
Non è del tutto corretto verso i popoli dell’antichità, giudicarli secondo il metro della nostra morale, dei nostri costumi e del nostro livello di civiltà.

E’ certo possibile che essi considerassero l’atto della generazione in modo assai diverso da noi; per essi, tale atto poteva avere un accentuato significato religioso, in certe condizioni.
In ogni modo, la continua esposizione di organi sessuali non pare abbia causato il pubblico scandalo che provocherebbe ai giorni nostri.
Inoltre, è stato spesso osservato che persino oggigiorno in certi paesi le donne ritengono più vergognoso esporre alla vista degli estranei il viso che non il sesso.


Le donne di Sparta erano, sotto le leggi di Licurgo, libere di lottare in pubblico o di prendere parte a diversi sport, in compagnia di uomini, per lo più completamente nude, come gli atleti maschi.
Si faceva ogni sforzo per instillare nella mente dei cittadini il concetto che non vi era nulla di vergognoso in questa usanza, sebbene si debba riconoscere che
Aristotele dichiara esplicitamente che le donne spartane “commettevano apertamente i più volgari atti di sfrenatezza”.


Può darsi che le leggi di Licurgo avessero lo scopo di aumentare la popolazione di Sparta; egli riuscì certamente nel migliorare la razza, facendola divenire forte, rude e vigorosa.


Platone era d’accordo con Licurgo; nelle sue Leggi raccomanda che i giovani si frequentino liberamente in nudità allo scopo di conoscersi meglio.
Il quadro che gli storici ed i poeti romani tracciano della vita sessuale dell’antica Roma è incredibilmente libertino a occhi moderni.
Veramente è impossibile tradurre alcune delle loro parole senza fare ricorso a degli eufemismi.

Il pene divino: Priapo
In nessun altro luogo il culto di Priapo aveva provocato una maggiore immoralità; in nessun altro luogo la licenza sessuale, nelle sue forme più depravate, fu più universalmente diffusa.
In quasi ogni strada della grande città sorgevano templi in onore di Venere.
Campi, giardini e piazze erano adorni di statue di Priapo, sempre dotato di un enorme fallo.
Ogni anno, durante i lupercali, giovani nudi correvano per le strade percuotendo le donne con corregge, perché le donne credevano che questa cerimonia le avrebbe rese più prolifiche
Le pareti di molte case erano ricoperte di affreschi che illustravano scene di esplicito sesso.
Nei bagni pubblici queste scene venivano realmente realizzate: uomini, donne e giovani fanciulle si ritrovavano assieme nudi e praticamente ogni tipo di amplesso era apertamente consentito.
Una figura di Mutinus (Priapo)) seduto doveva essere usata dalle spose prima del matrimonio; altri usi, impossibili a descriversi, facevano seguito al matrimonio.

Se i romani credessero realmente nella divinità dei loro dei, o se li usassero come schermo per giustificare le loro abitudini sessuali, è un problema praticamente impossibile da risolvere a distanza di tanto tempo; alcuni dei grandi romani erano naturalmente scettici, ma la massa del popolo era ben contenta di seguire i riti religiosi, che consentivano tanto sesso.
Naturalmente non è vero che ogni cosa si trasformasse in una degenerazione sessuale di quel tipo.
Vi erano feste pubbliche che possono essere state voluttuose senza essere in realtà oscene ed alcune di esse erano dedicate a venere; una simile cerimonia era l’incoronazione della dea col mirto ed allora veniva chiamata
Venus Murtia.
Venivano fatte offerte di piccole bambole di cera, probabilmente in sostituzione dell’offerta più antica delle vergini che sacrificavano la loro verginità.

ESPORTAZIONE DEL CULTO: Paride
Spesso venivano rappresentate commedie che illustravano episodi della vita di Venere, come il giudizio di Paride, gli amori di Adone, ed altre scene mitologiche; bisogna però aggiungere che dove la commedia richiedeva che gli attori apparissero nudi, essi si adeguavano alle esigenze della scena, e questo conduceva a spettacoli ancor più licenziosi ed a danze erotiche.


E’ curioso il fatto che le matrone romane, che menavano gran vanto della propria castità e della loro rigorosa moralità, in contrasto con quella delle donne del popolo, non considerassero vergognoso il sacrificio a Cupido, a Mutinus o a Pertunda, o alle altre divinità il cui attributo preponderante era il sesso.


Priapo in particolare era oggetto della loro venerazione, ed egli presiedeva alle loro feste d’amore così come a quelle del matrimonio; egli veniva incoronato con fiori o ghirlande e gli venivano offerte noci alludenti ai misteri del matrimonio e mele in riferimento al giudizio di Paride.
Incenso veniva bruciato davanti a lui, e la gente danzava attorno alle sue statue al suono di flauti e delle lire; al suo fallo si alludeva senza vergogna ed esso veniva copiato in cento modi nella vita privata dei cittadine, o meglio, diremo, veniva in un modo o nell’altro usato sotto ogni tipo di forme, come lampada, come batacchio per le porte e per oggetti di uso casalingo.

Molti degli oggetti recuperati dalle rovine di Pompei e di Ercolano sono conservati nel Museo di Napoli, e, inutile dirlo, l’immagine veniva pure usata come amuleto dalle donne di ogni classe.
Priapo veniva venerato sotto il nome di Mutunus o di Mutinus, o anche di Tutunus, e la devozione tributata al dio sotto l’uno o l’altro di questi nomi fu particolarmente difficile da sradicare.

ESPORTAZIONE DEL CULTO: Sant'Agostino
Lattanzio e Sant’Agostino attaccarono i riti sessuali associati a questo culto, specialmente perché le donne si ostinavano ad affermare che il dio presiedeva alla loro fecondità.
Inoltre, a Mutinus fu attribuita una moglie, Mutuna o Tutuna, che era sessualmente sfrenata quanto il dio maschile, ma essa non va confusa con Pertunda, che era una specie di dea ermafrodita, che si riteneva presiedesse alla notte nuziale; essa era indubbiamente una sopravvivenza della prostituzione sacra, come altre due divinità,
Subigus e Prema, il cui compito era di istruire lo sposo e la sposa nei misteri dell’amore. Vi erano altresì due piccoli dei chiamati Tychon ed Orthanes; la loro funzione era limitata provocare pensieri eroticamente eccitanti.

ESPORTAZIONE DEL CULTO: Tychon