Considerazioni fiscali e tributarie sul reddito da prostituzione

In Italia il mercato della prostituzione fattura, o meglio non fattura, da 5 a 10 miliardi di euro all’anno.
Spesso chi svolgeva l’attività di prostituzione usava l’alibi che “il mestiere più vecchio del mondo” non era inquadrabile fiscalmente, così escort, girl ed altre lavoratrici del sesso non facevano alcuna dichiarazione dei redditi.
Questo alibi è caduto con la sentenza del 4 novembre 2016, n.22413, della Cassazione, che ha confermato l’accertamento nei confronti di una “prostituta di lusso”, che per otto anni non aveva dichiarato i propri redditi, benchè fosse intestataria di diverse autovetture, di un appartamento, di alcuni contratti di locazione e di dieci conti correnti.
Pertanto, era fortemente sospetto che non avesse nessun reddito da dichiarare.
La difesa della donna è stata quella di ammettere che i redditi erano proventi di attività di prostituzione, e che erano pertanto esenti da ogni dichiarazione e tassazione.
Invece, secondo i Giudici, tali redditi erano assolutamente tassabili, perché il reddito da meretricio non è provento da attività illecita; semplicemente perché in Italia la prostituzione non è reato.
La Corte di Cassazione ha affermato che l’attività di meretricio, se svolta in forma abituale, è assimilabile al lavoro autonomo, mentre se viene svolta in forma occasionale, rientra nella categoria dei redditi diversi.
L’ordinamento civile riconosce tutela parziale all’attività di meretricio, includendo la prestazione sessuale dietro corrispettivo nella categoria dell’obbligazione naturale, “la quale, se non consente il diritto di azione, attribuisce alla persona che ha svolto l’attività di meretricio il diritto di ritenere legittimamente le somme ricevute in pagamento della prestazione”.

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Inoltre,ricordiamo che, la Corte di Giustizia Europea del 20/11/2001 aveva già modificato l’orientamento dell’Amministrazione Finanziaria italiana a seguito dell’individuazione del relativo inquadramento tributario e fiscale per l’attività di meretricio.
Ora, la professione esercitata come lavoro autonomo deve rispettare tre imprescindibili capisaldi:

  1. Mancanza di qualsiasi vincolo di subordinazione inerente la scelta di tale attività;
  2. Responsabilità direttamente riconducibili alla libera professione;
  3. Retribuzione corrisposta alla stessa integralmente e direttamente.

La Corte di Giustizia Europea ha considerato la prostituzione una PRESTAZIONE DI SERVIZIO RETRIBUITO e che la stessa deve essere considerata come ATTIVITA’ ECONOMICA ed indicando come condizione imprescindibile che le attività esercitate siano reali ed effettive e non tali da presentarsi come puramente marginali ed accessorie.

In conclusione, la Cassazione ha precisato che l’attività di prostituzione genera un reddito imponibile ai fini Irpef, sia che essa avvenga in forma abituale, sia che essa abbia luogo occasionalmente.
La prostituzione abituale genera redditi assimilabili al lavoro autonomo; la prostituzione occasionale genera redditi rientranti nella categoria dei redditi diversi (art.6, comma 1, lett. F, D.P.R. 22/12/1986, n. 917).
L’abitualità è rilevante, ai fini dell’assoggettamento dei proventi dell’attività di prostituzione, anche alla imposizione dell’IVA (D.P.R. 26/10/1972, n. 633, art. 5).
Quindi, chi si prostituisce abitualmente effettuando tale attività per professione autonoma, è soggetta all’IVA.
Inoltre, tale professione autonoma è sottoposta al pagamento dei contributi INPS.
Concludiamo ricordando che, a tale proposito, vengono frequentemente svolti controlli incrociati da Guardia di Finanza ed Agenzia delle Entrate, tra situazione reddituale e le disponibilità finanziarie, il tenore di vita e le proprietà mobiliari ed immobiliari; le banche sono accessibili alle verifiche degli organi di controllo tributario ed i movimenti di denaro contante è sottoposto a segnalazione per importi oltre i 3.000 euro,  ridotti a soli 1.000 euro per il “Money Transfer”.

 

 

 

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