Il mito che la Grecia antica fosse la patria della libertà va parzialmente rivisto, soprattutto per lo stato delle donne.
Ad Atene, Tebe o Argo, per fare un esempio, le donne passavano la vita in una sorta di “Harem”, il Gineceo, che era la parte della casa a loro riservata e solo in quel luogo godevano di qualche libertà.

Le donne si sposavano giovanissime, la sposa di solito aveva 14 – 16 anni, a uomini che avevano una età almeno doppia della loro ed il loro consenso non aveva alcun valore; l’accordo veniva stipulato tra padre e sposo.
Le donne potevano possedere tessuti, gioielli e denaro, ma non terreni o case.
Scopo del matrimonio era conservare e perpetuare l’eredità familiare; l’amore non contava.
Dopo le nozze le fanciulle si trasferivano dal marito ed entravano nel Gineceo, la parte della casa riservata alle donne, ai bambini ed alle loro schiave.
Il Gineceo si trovava nella parte superiore della casa ed era il luogo più difficile da raggiungere, per favorire l’isolamento da ogni estraneo al nucleo familiare.
Questo luogo era preceduto da un atrio o peristilio, un cortile con colonne ed arcate.

Serviva per rafforzare il senso di uno spazio interno riservato a poche.
Le donne greche uscivano da quella prigionia in rarissime occasioni: per cerimonie religiose, matrimoni, funerali, mentre andare a prendere l’acqua alla fontana con l’anfora costituiva la sola “ora d’aria quotidiana”.
Persino comprare al mercato era un compito svolto dagli uomini, o da schiavi esperti.
Le regole della vita femminile erano decise, prima dal padre, poi dal marito.
Il primo dovere della moglie era dare figli maschi alla famiglia e preparare le figlie al ruolo materno.
Nella vita di tutti i giorni la sposa doveva sovraintendere ai lavori domestici, tessere gli abiti e cucinare i cibi e soprattutto curare al massimo il proprio aspetto; i Greci davano molta importanza ad igiene e bellezza, che le donne dovevano dedicare al proprio sposo.

Per ingannare il tempo, le donne riunite nel loro spazio isolato si raccontavano storie l’una all’altra, e le più anziane insegnavano alle più giovani la scrittura, la lettura e la musica.
Di fatto si dedicavano soltanto ai mariti ed alla vita domestica.
Paradossalmente, erano più libere le donne meno agiate, perché andavano al mercato per vendere qualche manufatto o prodotto della terra o della pastorizia.
Le donne vivevano in una sorta di isolamento dalla vita pubblica, che le escludeva dalla vita politica della città, la più importante per i Greci.
Le donne erano escluse dalla successione e non potevano ereditare nulla dal padre, perché ogni bene andava ai fratelli.
Anche davanti alla giustizia dovevano subire la discriminazione, perché una donna non poteva andare in tribunale e venivano rappresentate dagli uomini di famiglia.
Ovvero, il torto fatto ad una donna era per la giustizia, non fatto a lei, ma al padre, al fratello o al marito.
Le donne greche erano così eterne minorenni: da sole non potevano fare e decidere nulla !
L’unica eccezione era la città stato di Sparta, dove le donne non vivevano da recluse.

Fin da piccole venivano educate all’esercizio fisico per renderle madri forti di figli ancor più sani.
Le donne gareggiavano nude nelle competizioni sportive come gli uomini.
Le spartane potevano possedere beni personali, avevano in questo una sostanziale parità di diritti con gli uomini; Aristotele stimava che i due quinti dei terreni in Sparta appartenevano alle donne.

Alle donne di Sparta era però riservata una triste sorte materna: dovevano consegnare i figli maschi alla stato, che provvedeva alla loro educazione, quando questi raggiungevano l’età di sette anni e non li vedevano più fino all’inizio del servizio militare.
Nelle altre città, le cose non andavano esattamente così, ma l’età di sette anni per i maschi rappresentava comunque una svolta, perché uscivano dal Gineceo ed era il padre a decidere il loro futuro.
Come in tutte le società di tutti i tempi, la condizione sociale incideva sulla qualità della vita: le donne di famiglie ricche facevano lunghi bagni profumati in casa, aiutate dalle schiave e usavano unguenti e cosmetici; la complessità delle pettinature ne dichiarava lo status sociale.
Il chitone era l’abito femminile universale e la qualità dei tessuti ne sanciva la ricchezza.

Di solito veniva tessuto e confezionato in casa; era una tunica di stoffa leggera, che si portava con fibbie alle spalle ed un cordone in vita.
Alla conclusione di questa breve visita, nel mondo dei diritti e della sessualità delle antiche donne greche, abbiamo disvelato alcuni falsi miti, tra cui quello della libertà e quello per il quale Atene o Tebe erano più democratiche di Sparta.
Certamente le donne Spartane avevano più diritti di quelle Ateniesi, anche se entrambe non se la passavano proprio bene.